Introduzione – Benvenuti nel Paese delle Donne
benvenuti nel paese delle donne

XL Edizioni (collana Gender Studies) 2010

Quando l’altoparlante dell’areoporto annuncia che il mio volo è stato annullato, ne sono contrariata come tutti i passeggeri in attesa e mi affretto a cercare un posto su un altro volo che mi porti a casa almeno prima di sera. Lo trovo, ma ci sono sette ore di attesa. Tra la possibilità di fare una passeggiata per Roma e quella di cercare un angolino tranquillo dove mettermi a leggere, opto per la seconda. Percorro i lunghi corridoi dell’areoporto e mi fermo a guardare le vetrine, finché non entro in una piccola libreria. La mia attenzione è catturata da un libro intitolato “Il paese delle donne” (Yang e Mathieu, 2003). Penso immediatamente che si tratti di un libro delle mitiche Amazzoni dell’isola di Lemno che riconoscevano la filiazione di discendenza materna e costringevano gli uomini ai lavori domestici mentre loro combattevano e governavano.
Lo compro e mi metto a leggerlo per occupare il tempo della lunga attesa, ma “il paese delle donne” mi porta più lontano di quanto avessi immaginato, non nel Mediterraneo ma nel sud-ovest della Cina, ai confini con il Tibet, sui contrafforti dell’Himalaya, nei villaggi sulle rive del lago Lugu a cavallo fra la regiona dello Yunnan e quella del Sichuan, a 2.700 m di altitudine, in un luogo incantevole ma così sperduto che solo alcuni anni fa per arrivarci dalla città più vicina su un carretto tirato da muli ci sarebbe voluta più di una settimana. In effetti la posizione geografica così isolata ha permesso agli abitanti di questi luoghi di conservare la particolarità della loro cultura tradizionale preservandola da influenze esterne almeno fino agli anni Novanta, quando la Cina decise di aprirsi al mondo facilitando l’arrivo dei turisti.
Attraverso il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Namu, una ragazza appartenente all’etnia dei Moso, il libro mi fa scoprire l’esistenza di una socetà matriarcale fino a poco tempo fa nota solo ai pochi antropologi che l’hanno studiata e ad alcuni avventurieri che si sono precipitati a visitare il “paese delle donne” quando la strada per arrivarci ha cominciato a essere praticabile.

Namu trascorre l’infanzia nella casa materna a Zuosuo seguendo le tradizioni del suo popolo. Taglia la legna, alimenta il focolare della casa, beve il tè al burro, ma passa anche lunghi periodi con lo zio a pascolare gli yak sulle montagne e ritorna a casa solo per le “feste di primavera”, il capodanno cinese. Namu si chiede spesso cosa ci sia al di là delle montagne che limitano il suo orizzonte. Poi scopre di avere una bella voce, vince un concorso di canto e fugge di casa, vincendo l’opposizione della madre che tenta di fermarla a colpi di pietra. Così lascia il paese, riesce a entrare in un conservatorio di Shanghai e conquista la fama cantando le canzoni moso, che celebrano l’amore e la bellezza della regione da cui proviene, del lago madre e della montagna sacra.
Namu diventa anche scrittrice e pubblica numerosi libri; inoltre lavora come modella e presentatrice di moda per la televisione cinese ed è molto apprezzata dal pubblico per la sua spontaneità.

Di tanto in tanto ritorna al suo paese natale, «il solo in grado di darmi – scrive – quella pace interiore che so di non poter trovare da nessun’altra parte al mondo […] ma ora mi auguro di diventare una degna ambasciatrice per tutti i Moso, dando loro l’orgoglio e la fiducia che si meritano» (ivi, p.329).

In effetti ne “Il paese delle donne” Namu descrive con accenti appassionati il suo paese immerso in una natura incantevole, con montagne e colline verdeggianti, i cui abitanti, una minoranza etnica di circa 30.000 persone, abitano in una ventina di villaggi sparsi attorno al lago e nella piana di Yongning, ai confini del Tibet. Vivono raggruppati in grandi famiglie i cui componenti sono tutti discendenti del ramo materno. L’amore libero è un’istituzione, il matrimonio è un’opzione e la promessa di fedeltà non è mai apertamente dichiarata. Anche se uomini e donne possono cambiare partner a loro piacimento, sempre mantenendo il divieto dei rapporti con i consanguinei, non c’è leggerezza o superficialità nella gestione della loro vita sentimentale e sessuale: nella relazione con l’altro cercano il vero amore, tanto che spesso questi rapporti durano tutta la vita. Gli uomini prendono l’iniziativa di esprimere il loro desiderio o sentimento d’amore alle donne, ma queste ultime sono libere di acconsentire o di respingerli. La maggior parte dei Moso rifiuta il matrimonio senza però rinunciare all’amore, ai rapporti sessuali e alla procreazione. Le coppie vivono separatamente, ciascuno abita nella dimora della propria famiglia materna e passano solo la notte insieme per separarsi all’alba. La donna più saggia, più abile e in generale la più anziana è il capofamiglia, trasmette il nome e i beni e gestisce l’economia familiare, secondo la tradizione tutti i suoi discendenti dovrebbero abitare insieme nella casa materna per tutta la vita, ma le regole non sono rigide.

Ciò che più mi ha affascinato nella lettura di questo libro è stata la scoperta che in una parte del mondo esiste una società che valorizza le donne senza opprimere gli uomini, una società che non è un fossile vivente, come la definiscono alcuni, non ha niente di selvaggio o primitivo e non è nemmeno una subcultura, ma una forma di vita contemporanea, un esempio della condizione femminile, dove le donne non sono discriminate e, grazie a un sistema familiare completamente diverso dal nostro, non devono fare il resoconto della loro vita privata né ai padri né ai mariti, dove la violenza coniugale è inesistente, la gelosia viene derisa e soprattutto la relazione fra l’uomo e la donna è puramente sentimentale e sessuale e non legata né alla classe sociale né alla situazione economica e la separazione non costituisce un dramma.

Dopo aver terminato la lettura del libro ho un solo desiderio, quello di recarmi sul posto. Voglio essere testimone di una società fuori dal comune, capirne il funzionamento, intercettare i legami fra il politico, il sociale, l’economico e il religioso, vedere quali sono le condizioni per cui una società con un tipo di famiglia diverso dal nostro e senza matrimonio può funzionare, capire come siano vissuti il sentimento d’amore e i rapporti sessuali fuori dai condizionamenti che il matrimonio e la società ci impongono e scoprire nei volti e nelle espressioni dei Moso l’appagamento e la serenità provenienti da una simile struttura sociale.

Questa scoperta mi è sembrata ancora più straordinaria per il fatto che una società dalle caratteristiche così peculiari si trova in un paese come la Cina, dove nel 1990, dieci anni dopo l’entrata in vigore della legge demografica che impone il figlio unico alle coppie, almeno 100 milioni di bambine mancavano all’appello. Oggi questo numero viene stimato in 200 milioni. Nella cultura cinese, soprattutto nelle zone rurali, è il figlio maschio ad assicurare il mantenimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre la figlia femmina lascia la casa materna per andare ad abitare e servire nella casa del suo sposo. Per questo motivo la preferenza per il figlio maschio fa sì che le figlie femmine vengano eliminate alla nascita o non dichiarate e vendute più tardi al primo offerente. Le organizzazioni internazionali non si stancano di denunciare questo traffico che continua anche oggi.

Ecco perchè sono rimasta così affascinata all’idea che esistesse una società di cui le donne sono il pilastro e nella quale godono di diritti e libertà personali negati alla maggior parte delle persone dello stesso sesso.

Dopo la lettura del libro di Namu ho cercato di documentarmi, ma molte domande sono rimaste senza risposta e ho capito che per saperne di più l’unica soluzione era recarmi sul posto. La mia decisione ha suscitato la sorpresa di molti, che mi dicevano che sarebbe stata una follia avventurarmi da sola in quei luoghi sconosciuti. Con l’aiuto di un’amica mi sono messa in contatto con un’agenzia turistica di Kunming, il capoluogo dello Yunnan, che si è occupata di trovarmi un autista e una guida che mi facesse anche da interprete. Poi sono partita con due compagne, Giuliana e Anna Laura, che erano curiose di scoprire una regione della Cina che non avevano mai visitato.

Dopo il primo viaggio, nel maggio del 2005, ho realizzato un piccolo documentario sui Moso e l’ho presentato suscitando l’interesse di molte persone, soprattutto donne, mentre la reazione di una parte del pubblico maschile è stata arrogante, cinica e piena di allusioni sessuali. C’erano ancora molte cose che volevo capire sul funzionamento di questa società e così l’anno dopo mi sono rimessa in viaggio, accompagnata questa volta da un gruppo più numeroso e composito: Florence, francese, e Valerie, inglese, sono arrivate in Cina dagli Stati Uniti dove risiedono, Francesca da Palermo e Barbara, Julie ed io siamo partite da Ginevra. Tutte volevamo vedere da vicino una società che fa sognare le donne e infastidisce certi uomini.

Sono tornata altre due volte nel paese dei Moso, nell’ottobre del 2007 e nel maggio del 2008, ottenendo ulteriori preziose informazioni. Ho cercato di osservare e penetrare questa società in tutti i suoi molteplici aspetti attraverso incontri e interviste, spostandomi anche in villaggi meno turistici dove la vita della popolazione Moso è più disagevole, ma anche più autentica. […]

In questo libro i racconti di tutti i miei viaggi si intrecciano e si mescolano alle ricerche e alle riflessioni che la scoperta di questa società fuori dal comune mi ha spinto a fare…