Introduzione – Ritorno al Lago Madre
Ritorno al lago madre

Ed. Multimage.org

Dal 2005 al 2015 ho fatto numerosi viaggi tra i Moso, un’etnia matriarcale7 del sud-ovest della Cina. A loro ho dedicato due libri – Benvenuti nel paese delle donne (2010) e Sur les Rives du Lac Mère (2015) – e realizzato il film-documentario: Nu Guo. Nel nome della Madre (2014).
Nel maggio del 2025, dopo una pausa di una decina d’anni, però, ho sentito il bisogno di ritornare. Desideravo osservare con i miei occhi quanto fosse cambiata, in questo tempo, una società che avevo conosciuto nella sua armonia profonda.

In realtà, non avevo mai smesso di interrogarmi. Negli anni di lontananza continuavo a studiare, leggere, ascoltare le voci di chi ancora viveva sulle rive del Lago Madre.
Ma, insieme all’entusiasmo, cresceva un’inquietudine: ogni volta che tornavo, trovavo mutamenti visibili. Accanto alle case tradizionali in legno sorgevano costruzioni moderne in cemento; al posto dei cortili dove si affacciavano la zimi e le abitazioni dei componenti della sizi, la famiglia materna allargata, comparivano hotel e ristoranti. E le boutique gestite dagli Han prendevano il posto dei negozi Moso. Dopo l’apertura della Cina al mondo nel 1978, quando il governo avviò la graduale integrazione dell’economia cinese nel mercato globale, l’ammodernamento voluto dal Partito Comunista conobbe un’accelerazione negli anni Novanta.

È accanto a quel fuoco che ho imparato a conoscere la società Moso: una società matriarcale dove le donne guidano senza dominare, e dove il principio materno è un principio familiare, sociale e spirituale che regola ogni cosa.
Qui le donne hanno saputo trasformare un evento naturale – la maternità – in un modello culturale e simbolico fondato sulla cura, la solidarietà e la reciprocità. Un principio che, nei secoli, ha garantito l’armonia sociale e la non violenza come forma naturale della convivenza. Un fuoco, un lago, una montagna e una memoria che non appartengono soltanto ai Moso, ma parlano a tutti noi.
Così, attorno al fuoco che non si spegne, inizia anche il mio viaggio. Ogni ritorno al Lago Madre è stato un atto di ascolto: delle voci, dei silenzi, dei gesti che raccontano la continuità di una cultura antica e viva.
Quelle fiamme, che per i Moso sono presenza e memoria, sono diventate anche per me un punto d’origine, una soglia da cui osservare il mondo.
Tra il crepitio del legno e il riflesso della montagna nell’acqua, ho sentito che non stavo soltanto documentando un popolo, ma attraversando un’esperienza di trasformazione.
Da quel momento la mia ricerca non è stata più soltanto antropologica: è diventata anche un cammino interiore, un modo per interrogare la mia stessa idea di casa, di legame, di radice.

Nel paese dei Moso, già negli anni Cinquanta, erano arrivati dei ricercatori – perlopiù etnologi impegnati nella classificazione delle etnie residenti sul territorio cinese – negli anni Novanta invece arrivarono viaggiatori curiosi, attirati dal mito del “paese delle donne libere” e desiderosi di incontrare le “donne senza mariti”. Essi però ripartivano con un senso di delusione, non avevano capito che la libertà delle donne Moso non è libertinaggio, ma libertà di amare, fondata su un sentimento sincero oltre che sul consenso, sulla fiducia e sul rispetto reciproco.

Poi sulle rive del Lago Madre, sono arrivati studenti, documentaristi, turisti Han e intere famiglie, attratti dall’idea di scoprire un’autenticità che, paradossalmente, hanno contribuito a distruggere. Affascinati dal mito di una delle poche società al mondo ancora definite matriarcali, molti non si rendevano conto che la loro presenza, spesso inconsapevolmente, minava l’equilibrio e la sopravvivenza culturale di quel mondo che cercavano di conoscere.

Scoprii l’esistenza dei Moso quasi per caso, leggendo un libro che descriveva in forma romanzata la loro vita quotidiana (Christine Mathieu e Erche Namu, 2003). Mi affascinò l’idea di una società che valorizza le donne senza escludere gli uomini.

Negli anni Cinquanta alcuni etnologi cinesi avevano definito la cultura Moso un “fossile vivente”, “un residuo del passato”, senza comprenderne la complessità.
In realtà, essa rappresenta un’altra possibilità del presente: un mondo dove la violenza coniugale è assente, la gelosia ridicolizzata, e l’amore non ha bisogno di contratti.

In ogni incontro con le donne Moso mi è stato chiaro che i concetti che noi consideriamo universali – famiglia, matrimonio, consanguineità – qui assumono un significato del tutto diverso.
Come scrive Wittgenstein (1974), il significato delle parole non è mai fisso né universale: ogni concetto vive all’interno di una “forma di vita” specifica, e il suo senso è determinato dall’uso che una comunità ne fa. Ciò che noi chiamiamo “famiglia” “casa” o “matrimonio” appartiene a un sistema di significati culturali determinato, mentre tra i Moso queste stesse parole aprono orizzonti inaspettati.
Anche per questo libro – e per il glossario che lo accompagna ho voluto restituire ai termini Moso la loro forma di vita, il loro respiro, la loro appartenenza.

Fin dai primi viaggi, quell’incontro mi riempì di stupore. Mai prima avevo conosciuto una società egualitaria fondata sui valori del materno: la cura invece dell’individualismo, la solidarietà invece dell’indifferenza, la condivisione invece della separazione.
Un mondo dove nessun compito è superiore o inferiore in base al sesso, e dove il rispetto per la natura e per ogni essere vivente costituisce il fondamento della vita comune.

Ho voluto osservare questa società in tutti i suoi aspetti: nei villaggi meno turistici, dove la vita resta più dura ma anche più fedele alle tradizioni; nei riti religiosi e nelle cerimonie collettive; nei piccoli gesti quotidiani che annunciano la modernità. Ma accanto all’ammirazione cresceva anche la preoccupazione: l’alcool, la droga, la prostituzione, la graduale sostituzione dell’economia del dono con quella di mercato, le recenti campagne governative che cercavano di imporre il matrimonio – oggi fortunatamente accantonate a favore della libertà individuale.
Mi chiedevo: cosa sarebbe rimasto dei valori millenari di questo popolo? Il principio materno che regola i rapporti tra umani, natura e sacro, avrebbe resistito alle pressioni del mercato e alle leggi patriarcali o sarebbe stato progressivamente intaccato?

Conoscere i Moso non è stato soltanto scoprire un’altra cultura: è stato anche riconoscere una parte di me che non sapevo esistesse.

Nei loro gesti quotidiani, nel rapporto con la terra e con le acque del lago, mi sono resa conto che la natura non è un “altro” da noi, ma ciò che siamo.

Al centro di questo universo simbolico si innalza Gammu, la Dea Madre che dimora, secondo la leggenda, nella grotta della montagna sacra, antenata primordiale e protettrice di tutti i Moso. È lei che custodisce la vita e veglia sulle generazioni. Ai suoi piedi si stende Shinami, il Lago Madre che con la sua acqua viva, accoglie e nutre come un grembo materno. Montagna e lago formano insieme un asse sacro, un legame indissolubile che tiene unita la comunità, orienta feste, riti, narrazioni e canti ricordando a ciascuno che la vita è dono e responsabilità condivisa.
Senza la montagna e il lago, il focolare della casa materna non avrebbe la stessa forza: sono loro a dare respiro al tempo che scorre. Seduta accanto a quel fuoco ho capito che l’universalità della famiglia nucleare – per me scontata – lì non aveva alcun senso.
Esisteva invece una famiglia matrilineare, solida e perenne, fondata sulle madri e sui legami di sangue che discendono da una stessa antenata.

Quando entrai per la prima volta nella zimi della famiglia ospite, mi parve di trovarmi al centro di un universo che respirava con lentezza, custodendo memorie antiche.
Forse fu allora che compresi perché ero arrivata fin lì, dopo tanti viaggi e tante ricerche: cercavo un luogo in cui la vita non fosse frammentata, ma tenuta insieme da un principio di cura e di continuità.
Seduta davanti a quel focolare acceso, ho capito che quel fuoco non apparteneva solo ai Moso: parlava anche a me. Era il fuoco della vita che si tramanda e della memoria che resiste.

Oggi, a distanza di dieci anni, quel fuoco continua ad ardere. La casa materna resiste, così come resiste l’energia che tiene insieme la comunità.
C’è la speranza che nessuna modernità possa spegnerlo. Ogni Moso che vi si siede accanto ritrova le proprie radici, e chiunque vi sia accolto porta via con sé un frammento di quella luce.

“Ritorno al Lago Madre” non è soltanto il mio ritorno dopo dieci anni di assenza. È anche il ritorno di Yundu, una giovane donna Moso che rientra al villaggio dopo gli studi in città; il ritorno di uno zio che aveva lavorato altrove; il racconto di una madre che aveva lasciato la casa materna per seguire i figli negli studi. È un ritorno al passato per capire meglio il presente, per ritrovare sé stessi dentro le voci delle madri e il fuoco che non si spegne.

Non è un semplice reportage etnografico, ma un racconto di ascolto e di restituzione: la storia della mia lunga frequentazione con la cultura Moso, un libro dove l’osservazione scientifica si intreccia alla memoria delle voci Moso e al mio stesso percorso interiore, per raccontare una civiltà. che, pur attraversata dal turismo e dalla modernità, continua a custodire un modello sociale fondato sul principio materno, sulla cura e sul consenso. È la storia di una cultura che cambia senza smettere di radicarsi nelle sue origini.

Attraverso una scrittura dagli accenti talvolta poetici non ho trascurato il rigore scientifico e ho cercato di restituire la forza simbolica dei gesti quotidiani e la sapienza di un mondo che resiste senza chiudersi, capace di trasformare il cambiamento in continuità.

Tra dialoghi, racconti e riflessioni, Ritorno al Lago Madre diventa così una metafora della memoria viva: un luogo dove l’acqua e il fuoco, la montagna e la voce delle madri custodiscono un equilibrio fragile ma ancora possibile.

Finché il Lago Madre, la montagna sacra e le madri avranno voce, finché la spiritualità alimenterà l’energia che connette ogni cosa, ci sarà la speranza che la cultura Moso resista: il fuoco della casa materna resterà acceso, per loro e per chi vorrà ascoltarne la luce.

La storia ci insegna che altre società un tempo matriarcali hanno conosciuto trasformazioni irreversibili. È il caso dei Naxi, popolo vicino ai Moso e dalle origini comuni, che sotto le pressioni delle dinastie imperiali adottarono progressivamente un modello patriarcale. È un monito che non posso ignorare: saremo testimoni anche noi di un simile passaggio? O i Moso, ancora una volta, resisteranno, custoditi dal fuoco che veglia su di loro?
O forse saremo noi, un giorno, a riscoprire il principio materno come via necessaria per guarire una società che sembra aver smarrito sé stessa?

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