Benvenuti nel paese delle donne

Introduzione

XL Edizioni (collana Gender Studies) 2010, 200p.,ill.
in vendita in tutte le librerie feltrinelli o su internet

Quando l'altoparlante dell'areoporto annuncia che il mio volo è stato annullato, ne sono contrariata come tutti i passeggeri in attesa e mi affretto a cercare un posto su un altro volo che mi porti a casa almeno prima di sera. Lo trovo, ma ci sono sette ore di attesa. Tra la possibilità di fare una passeggiata per Roma e quella di cercare un angolino tranquillo dove mettermi a leggere, opto per la seconda. Percorro i lunghi corridoi dell'areoporto e mi fermo a guardare le vetrine, finché non entro in una piccola libreria. La mia attenzione è catturata da un libro intitolato "Il paese delle donne" (Yang e Mathieu, 2003). Penso immediatamente che si tratti di un libro delle mitiche Amazzoni dell'isola di Lemno che riconoscevano la filiazione di discendenza materna e costringevano gli uomini ai lavori domestici mentre loro combattevano e governavano.

Lo compro e mi metto a leggerlo per occupare il tempo della lunga attesa, ma "il paese delle donne" mi porta più lontano di quanto avessi immaginato, non nel Mediterraneo ma nel sud-ovest della Cina, ai confini con il Tibet, sui contrafforti dell'Himalaya, nei villaggi sulle rive del lago Lugu a cavallo fra la regiona dello Yunnan e quella del Sichuan, a 2.700 m di altitudine, in un luogo incantevole ma così sperduto che solo alcuni anni fa per arrivarci dalla città più vicina su un carretto tirato da muli ci sarebbe voluta più di una settimana. In effetti la posizione geografica così isolata ha permesso agli abitanti di questi luoghi di conservare la particolarità della loro cultura tradizionale preservandola da influenze esterne almeno fino agli anni Novanta, quando la Cina decise di aprirsi al mondo facilitando l'arrivo dei turisti.

   
Attraverso il racconto dell'infanzia e dell'adolescenza di Namu, una ragazza appartenente all'etnia dei Moso, il libro mi fa scoprire l'esistenza di una socetà matriarcale fino a poco tempo fa nota solo ai pochi antropologi che l'hanno studiata e ad alcuni avventurieri che si sono precipitati a visitare il "paese delle donne" quando la strada per arrivarci ha cominciato a essere praticabile.
   
Namu trascorre l'infanzia nella casa materna a Zuosuo seguendo le tradizioni del suo popolo. Taglia la legna, alimenta il focolare della casa, beve il tè al burro, ma passa anche lunghi periodi con lo zio a pascolare gli yak sulle montagne e ritorna a casa solo per le "feste di primavera", il capodanno cinese. Namu si chiede spesso cosa ci sia al di là delle montagne che limitano il suo orizzonte. Poi scopre di avere una bella voce, vince un concorso di canto e fugge di casa, vincendo l'opposizione della madre che tenta di fermarla a colpi di pietra. Così lascia il paese, riesce a entrare in un conservatorio di Shanghai e conquista la fama cantando le canzoni moso, che celebrano l'amore e la bellezza della regione da cui proviene, del lago madre e della montagna sacra.
Namu diventa anche scrittrice e pubblica numerosi libri; inoltre lavora come modella e presentatrice di moda per la televisione cinese ed è molto apprezzata dal pubblico per la sua spontaneità.
   
Di tanto in tanto ritorna al suo paese natale, <<il solo in grado di darmi - scrive - quella pace interiore che so di non poter trovare da nessun'altra parte al mondo [...] ma ora mi auguro di diventare una degna ambasciatrice per tutti i Moso, dando loro l'orgoglio e la fiducia che si meritano>> (ivi, p.329).
   
In effetti ne "Il paese delle donne" Namu descrive con accenti appassionati il suo paese immerso in una natura incantevole, con montagne e colline verdeggianti, i cui abitanti, una minoranza etnica di circa 30.000 persone, abitano in una ventina di villaggi sparsi attorno al lago e nella piana di Yongning, ai confini del Tibet. Vivono raggruppati in grandi famiglie i cui componenti sono tutti discendenti del ramo materno. L'amore libero è un'istituzione, il matrimonio è un'opzione e la promessa di fedeltà non è mai apertamente dichiarata. Anche se uomini e donne possono cambiare partner a loro piacimento, sempre mantenendo il divieto dei rapporti con i consanguinei, non c'è leggerezza o superficialità nella gestione della loro vita sentimentale e sessuale: nella relazione con l'altro cercano il vero amore, tanto che spesso questi rapporti durano tutta la vita. Gli uomini prendono l'iniziativa di esprimere il loro desiderio o sentimento d'amore alle donne, ma queste ultime sono libere di acconsentire o di respingerli. La maggior parte dei Moso rifiuta il matrimonio senza però rinunciare all'amore, ai rapporti sessuali e alla procreazione. Le coppie vivono separatamente, ciascuno abita nella dimora della propria famiglia materna e passano solo la notte insieme per separarsi all'alba. La donna più saggia, più abile e in generale la più anziana è il capofamiglia, trasmette il nome e i beni e gestisce l'economia familiare, secondo la tradizione tutti i suoi discendenti dovrebbero abitare insieme nella casa materna per tutta la vita, ma le regole non sono rigide.
   
Ciò che più mi ha affascinato nella lettura di questo libro è stata la scoperta che in una parte del mondo esiste una società che valorizza le donne senza opprimere gli uomini, una società che non è un fossile vivente, come la definiscono alcuni, non ha niente di selvaggio o primitivo e non è nemmeno una subcultura, ma una forma di vita contemporanea, un esempio della condizione femminile, dove le donne non sono discriminate e, grazie a un sistema familiare completamente diverso dal nostro, non devono fare il resoconto della loro vita privata né ai padri né ai mariti, dove la violenza coniugale è inesistente, la gelosia viene derisa e soprattutto la relazione fra l'uomo e la donna è puramente sentimentale e sessuale e non legata né alla classe sociale né alla situazione economica e la separazione non costituisce un dramma.
   
Dopo aver terminato la lettura del libro ho un solo desiderio, quello di recarmi sul posto. Voglio essere testimone di una società fuori dal comune, capirne il funzionamento, intercettare i legami fra il politico, il sociale, l'economico e il religioso, vedere quali sono le condizioni per cui una società con un tipo di famiglia diverso dal nostro e senza matrimonio può funzionare, capire come siano vissuti il sentimento d'amore e i rapporti sessuali fuori dai condizionamenti che il matrimonio e la società ci impongono e scoprire nei volti e nelle espressioni dei Moso l'appagamento e la serenità provenienti da una simile struttura sociale.
   
Questa scoperta mi è sembrata ancora più straordinaria per il fatto che una società dalle caratteristiche così peculiari si trova in un paese come la Cina, dove nel 1990, dieci anni dopo l'entrata in vigore della legge demografica che impone il figlio unico alle coppie, almeno 100 milioni di bambine mancavano all'appello. Oggi questo numero viene stimato in 200 milioni. Nella cultura cinese, soprattutto nelle zone rurali, è il figlio maschio ad assicurare il mantenimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre la figlia femmina lascia la casa materna per andare ad abitare e servire nella casa del suo sposo. Per questo motivo la preferenza per il figlio maschio fa sì che le figlie femmine vengano eliminate alla nascita o non dichiarate e vendute più tardi al primo offerente. Le organizzazioni internazionali non si stancano di denunciare questo traffico che continua anche oggi.
   
Ecco perchè sono rimasta così affascinata all'idea che esistesse una società di cui le donne sono il pilastro e nella quale godono di diritti e libertà personali negati alla maggior parte delle persone dello stesso sesso.
   
Dopo la lettura del libro di Namu ho cercato di documentarmi, ma molte domande sono rimaste senza risposta e ho capito che per saperne di più l'unica soluzione era recarmi sul posto. La mia decisione ha suscitato la sorpresa di molti, che mi dicevano che sarebbe stata una follia avventurarmi da sola in quei luoghi sconosciuti. Con l'aiuto di un'amica mi sono messa in contatto con un'agenzia turistica di Kunming, il capoluogo dello Yunnan, che si è occupata di trovarmi un autista e una guida che mi facesse anche da interprete. Poi sono partita con due compagne, Giuliana e Anna Laura, che erano curiose di scoprire una regione della Cina che non avevano mai visitato.
   
Dopo il primo viaggio, nel maggio del 2005, ho realizzato un piccolo documentario sui Moso e l'ho presentato suscitando l'interesse di molte persone, soprattutto donne, mentre la reazione di una parte del pubblico maschile è stata arrogante, cinica e piena di allusioni sessuali. C'erano ancora molte cose che volevo capire sul funzionamento di questa società e così l'anno dopo mi sono rimessa in viaggio, accompagnata questa volta da un gruppo più numeroso e composito: Florence, francese, e Valerie, inglese, sono arrivate in Cina dagli Stati Uniti dove risiedono, Francesca da Palermo e Barbara, Julie ed io siamo partite da Ginevra. Tutte volevamo vedere da vicino una società che fa sognare le donne e infastidisce certi uomini.
   
Sono tornata altre due volte nel paese dei Moso, nell'ottobre del 2007 e nel maggio del 2008, ottenendo ulteriori preziose informazioni. Ho cercato di osservare e penetrare questa società in tutti i suoi molteplici aspetti attraverso incontri e interviste, spostandomi anche in villaggi meno turistici dove la vita della popolazione Moso è più disagevole, ma anche più autentica. [...]
   
In questo libro i racconti di tutti i miei viaggi si intrecciano e si mescolano alle ricerche e alle riflessioni che la scoperta di questa società fuori dal comune mi ha spinto a fare...

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Benvenuti nel paese delle donne

Introduction

XL Edizioni (collana Gender Studies) 2010, 200p.,ill.
in vendita in tutte le librerie feltrinelli o su internet

QLorsque le haut-parleur de l’aéroport annonce l’annulation de mon vol, j’en suis contrariée comme tous les passagers en attente et je m’empresse de chercher une place sur un autre vol qui me permette d’arriver chez moi au moins avant la nuit. J’en trouve un au prix de sept heures d’attente. Entre la possibilité de faire un petit tour dans Rome et celle de trouver un petit coin tranquille pour lire, je choisis la deuxième. Je parcours les longs couloirs de l’aéroport et m’arrête devant les vitrines, jusqu’à ce que je me décide à entrer dans une petite librairie. Mon attention est attirée par un livre intitulé Il paese delle donne (Yang et Matthieu, 2003)[1]. Je pense immédiatement qu’il s’agit d’un livre sur les Amazones mythiques de l’île de Lemnos qui reconnaissaient la filiation matrilinéaire et confinaient les hommes aux travaux domestiques pendant qu’elles combattaient et gouvernaient.

J'achète le livre et m'y plonge pour m'occuper pendant ces longues heures d'attente mais Il paese delle donne m'emporte beaucoup plus loin que ce que j'avais imaginé, et non en Méditerranée, mais dans le sud-ouest de la Chine, aux confins du Tibet, sur les contreforts de l'Himalaya, dans les villages des bords du lac Lugu, à cheval entre le Yunnan et le Sichuan, à 2700 mètres d'altitude, dans un lieu enchanteur mais si perdu qu'il y a quelques années seulement, il aurait fallu une semaine pour y arriver depuis la ville la plus proche, en empruntant une charrette tirée par un mulet. C'est cet isolement géographique qui a permis aux habitants de la région de conserver les spécificités de leur culture traditionnelle en les préservant des influences extérieures au moins jusqu'aux années 90, lorsque la Chine a décidé de s'ouvrir au monde en facilitant le tourisme. A travers le récit de l'enfance et de l'adolescence de Namu, une jeune fille appartenant à l'ethnie des Moso, le livre me fait découvrir l'existence d'une société matriarcale qui, il y a peu de temps encore n'était connue que de rares anthropologues qui l'avaient étudiée et de quelques aventuriers qui s'étaient précipités pour visiter le « pays des femmes » dès que la route qui y menait était devenue praticable.

[1] Traduit en français sous le titre Adieu au lac Mère
 
Namu passe son enfance dans la maison maternelle à Zuosuo selon les traditions de son peuple. Elle coupe le bois, alimente le foyer de la maison, boit le thé au beurre, mais elle passe aussi de longues périodes avec son oncle à mener paître les yaks dans la montagne et ne retourne chez elle que pour les « fêtes de printemps », le nouvel an chinois. Namu se demande souvent ce qu'il y a de l'autre côté des montagnes qui limitent son horizon. Puis elle découvre qu'elle a une belle voix, gagne un concours de chant et s'enfuit de la maison, vainquant l'opposition de sa mère qui tente de l'arrêter à coups de pierre. C'est ainsi qu'elle quitte le pays et réussit à entrer dans un conservatoire à Shanghai et se couvre de gloire en chantant les chansons moso, qui célèbrent l'amour et la beauté de la région d'où elle vient, du lac et de la montagne sacrée. Namu devient aussi écrivaine et publie de nombreux livres ; de plus, elle travaille comme mannequin et présentatrice de mode pour la télévision chinoise et est très appréciée du public pour sa spontanéité. De temps à autre, elle retourne au pays natal, le seul « qui puisse me rendre - écrit-elle-cette paix intérieure que je ne trouve nulle part ailleurs [.] Je ne peux qu'espérer [.] pouvoir servir d'ambassadrice à mon peuple pour lui donner la fierté et la confiance qu'il mérite» (Ibid. p.324).
   
En fait, dans « le pays des femmes », Namu décrit avec des tons passionnés son pays immergé dans une nature enchanteresse, aux montagnes et collines verdoyantes, dont les habitants, une minorité ethnique de 30 000 personnes, habitent une vingtaine de villages dispersés autour du lac et dans la plaine de Yongning, aux confins du Tibet. Ils vivent rassemblés en grandes familles dont les membres descendent tous de la lignée maternelle. L'amour libre est une institution, le mariage une option, et la promesse de fidélité n'est jamais déclarée ouvertement. Même si les hommes et les femmes peuvent changer de partenaire à plaisir, gardant toujours l'interdiction des rapports consanguins, il n'y a aucune légèreté ou superficialité dans la gestion de leur vie sentimentale et sexuelle : dans la relation à l'autre, ils cherchent le vrai amour, à tel point que souvent les rapports durent toute la vie. Les hommes prennent l'initiative d'exprimer leur désir ou sentiment amoureux aux femmes, mais celles-ci ont toute liberté pour accepter leurs avances ou les repousser. La plupart des Moso refusent le mariage sans pourtant renoncer à l'amour, aux rapports sexuels et à la procréation. Les couples vivent séparés, chacun habite dans la demeure de sa propre famille maternelle. Ils passent la nuit ensemble pour se séparer à l'aube. La femme la plus sage, la plus habile et en général la plus âgée est le chef de famille, elle transmet le nom et les biens et gère l'économie familiale. Selon la tradition, tous ses descendants devraient habiter ensemble dans la maison maternelle durant toute leur vie, mais les règles ne sont pas toujours ausssi rigides.
Ce qui m'a le plus fascinée à la lecture de ce livre a été de découvrir que, dans une certaine région du monde, il existait une société qui valorisait la femme sans opprimer les hommes, une société qui n'était pas un fossile vivant, comme la définissent certains ; elle n'a rien de sauvage ni de primitif et n'est non plus une sous-culture, mais une forme de vie contemporaine, un exemple positif de la condition féminine, une société au sein de laquelle les femmes ne souffrent pas de discrimination et, grâce à un système familial complètement différent du nôtre, ne sont pas tenues de donner un compte rendu de leur vie privée ni à leur père, ni à leur mari, où la violence conjugale est inexistante, la jalousie sujet de dérision et où surtout la relation entre l'homme et la femme est purement sentimentale et sexuelle et n'est liée ni à la classe sociale ni à la situation économique et où la séparation n'est pas un drame.
   
Après avoir terminé la lecture de ce livre, je n'ai qu'un désir, celui de me rendre sur place. Je veux être témoin d'une société, hors du commun, en comprendre le fonctionnement, intercepter les liens entre le politique, le social, l' économique et le religieux, voir quelles sont les conditions dans lesquelles une société, avec un modèle de famille différent du nôtre et sans mariage, peut fonctionner, comprendre comment sont vécus l'amour et les rapports sexuels au dehors des conditions que le mariage et la société nous imposent, et découvrir dans les visages et les expressions des Moso la satisfaction et la sérénité d'une telle structure sociale. Cette découverte m'a semblé encore plus extraordinaire du fait qu'une société si particulière existe dans un pays comme la Chine, où dans les années 90, dix ans après l'entrée en vigueur de la loi démographique qui impose l'enfant unique aux couples, 100 millions de filles manquaient à l'appel. Aujourd'hui ce nombre est estimé à 200 millions. Dans la culture chinoise, principalement dans les zones rurales, c'est le fils qui assure l'entretien des parents dans la vieillesse, alors que la fille quitte la maison maternelle pour aller habiter et servir dans la maison de son époux. C'est pourquoi la préférence va aux fils, tandis que les filles sont éliminées à la naissance ou non déclarées et vendues plus tard au premier offrant. Les organisations internationales ne se lassent pas de dénoncer ce trafic qui continue encore aujourd'hui.
   
Voilà pourquoi je suis restée fascinée par l'idée qu'il existait une société dont les femmes étaient le pilier et dans laquelle elles jouissaient de droits et libertés personnelles refusées à la plupart des personnes du même sexe. Après la lecture du livre de Namu, j'ai cherché à me documenter, mais nombre de mes questions sont restées sans réponse et j'ai compris que, pour en savoir plus, l'unique solution serait de me rendre en personne sur place. Ma décision a beaucoup surpris et on m'a dit que ce serait une folie de m'aventurer seule en ces lieux inconnus. Avec l'aide d'une amie, je suis entrée en contact avec une agence de tourisme de Kunming, la capitale du Yunnan, qui s'est chargée de me trouver un chauffeur et un guide qui me servirait aussi d'interprète. Je suis partie avec deux amies, Giuliana et Anna Laura, curieuses de découvrir une région de la Chine qu'elles n'avaient jamais visitée.
   
Après mon premier voyage, en mai 2005, j'ai réalisé un petit documentaire sur les Moso qui a suscité l'intérêt de nombreuses personnes, principalement de femmes, alors que la réaction des hommes était plutôt arrogante, cynique et empreinte d'allusions sexuelles. J'avais encore beaucoup d'interrogations au sujet du fonctionnement de cette société et c'est pourquoi, l'année suivante, je suis repartie, accompagnée cette fois-ci d'un groupe plus nombreux et composé comme suit: Florence, française, et Valérie, anglaise, sont arrivées en Chine depuis les Etats-Unis où elles résident, Francesca de Palerme et Barbara, Julie et moi sommes parties ensemble de Genève. Nous voulions toutes voir de près une société qui fait rêver les femmes et irrite certains hommes. Je suis retournée deux autres fois au pays des Moso, en octobre 2007 et en mai 2008, obtenant encore de précieuses informations complémentaires. J'ai cherché à observer et pénétrer cette société sous ses aspects multiples par des entrevues et des rencontres, me déplaçant aussi dans des villages moins touristiques où la vie de la population Moso est plus contraignante mais aussi plus proche des valeurs traditionnelles.
   
Dans ce livre, les récits de mes voyages se nouent et se mêlent aux recherches et réflexions que la découverte de cette société hors du commun m'a poussée à faire...

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Les Moso entre lac mère et montagne sacrée

  • Paysage et légende de la fondation du peuple Moso

Les Moso vivent a u bord d'un lac limpide d'une beauté exceptionnelle, comprenant une péninsule et de petites îles, demeures éternelles des ancêtres  et entouré de montagnes verdoyantes: une minorité ethnique parmi les centaines qui occupent le territoire chinois qui ne comporte pas un nombre suffisant d'habitants (30.000 habitants) pour être reconnue autonome par le gouvernement. Des bateaux en forme d'auge excavée directement dans des troncs d'arbres traversent le lac. Pas de bateaux à moteur, les eaux du lac doivent rester pures. La nature est sacrée, perçue au féminin et il ne faut pas la polluer. Gammu, la montagne sacrée, dite aussi la montagne du Lion dont les pattes plongent dans les eaux du lac, est l'objet d'une vénération et d'un pèlerinage avec chants, danses et cérémonies religieuses une fois par an. Elle est la protectrice de tous les Moso, mais aussi la déesse de l'amour et de la fertilité. Une grotte au sommet de la montagne fait penser au ventre de la déesse et ce n'est pas difficile de comprendre pourquoi les femmes s'y rendent pour prier la déesse de les rendre fertiles ou de leur procurer le grand amour et quand on sort de la grotte on a l'impression de renaître.

Des légendes ayant comme protagoniste principale Gammu évoquent l'origine de Luguhu (Lac Lugu ou Shinami - lac mère en langue moso). Des chants en décrivent la beauté et en rappellent le caractère sacré.

Une légende transmise oralement depuis 2000 ans raconte qu'au début des temps il n'y avait pas de lac ; les villageois étaient très pauvres et n'avaient pas assez de nourriture. Un garçon qui chaque jour amenait pâturer les yaks dans les montagnes découvrit, dans une grotte, un gros poisson trop lourd pour le transporter jusqu'au village ; il en coupa une tranche. Quand le lendemain il s'aperçut que la chair du poisson s'était reconstituée, il décida avec les villageois de le faire tirer par des yaks vers le village. L'eau jaillit soudain de la roche, inonda les champs, balaya les cabanes, noya les hommes. Surprise par le déferlement des eaux alors qu'elle nourrissait ses cochons, une femme arriva tout juste à mettre ses deux enfants dans l'auge avant d'être elle-même emportée par les flots. Les enfants survécurent : ils sont les ancêtres des Moso, leur mère est devenue Gammu, la déesse protectrice des Moso et l'auge à cochons est devenue aujourd'hui encore le seul moyen de transport sur le lac.

Femmes et hommes rament en chantant durant la traversée du lac mère en transportant des passagers vers les îles. Ici, les Moso de temps en temps viennent en retraite pour le culte de leurs ancêtres. Ils prennent le bateau tôt le matin, leurs fagots sur le dos, montent la colline de la petite île de Liwubi et y restent quelques jours. Tout en haut de cette colline se trouve un petit temple bouddhiste tibétain lieu de culte, mais aussi de visites de touristes.

Dans les eaux du lac pousse une plante aux fleurs blanches qui flottent sur la surface de l'eau : il s'agit de fleurs comestibles que les Moso aiment faire revenir pour accompagner la viande ou préparer la soupe.

Les Moso sont reconnus par le gouvernement chinois comme une branche de la minorité nationale des Naxi alors qu'ils parlent une toute autre langue, ont une autre culture et une autre religion. La structure de leur société est différente: patriarcale chez les Naxi, matrilinéaire et matriarcale chez les Moso.

 

  • Les villages et la maison

Les Moso habitent une vingtaine de villages, situés, pour la plupart, autour du lac, d'autres dans des zones rurales et montagneuses éloignées. Les routes parfois très accidentées qui relient les villages entre eux ne sont pas toutes goudronnées.

Leurs maisons sont faites de rondins de bois et les toits sont légèrement inclinés et utilisés pour faire sécher les céréales : maïs, millet, orge, soja, etc. qu'ils réduisent en farine parfois grillée et offerte aux invités avec une tasse de thé vert bouillant.

Suspendues au-dessus de la porte principale sont accrochées des peintures qui ont pour fonction d'attirer la prospérité sur la maisonnée et d'éloigner les mauvais esprits.

À l'intérieur, dans une grande pièce, se déroule la vie quotidienne de la famille. La pièce est très sombre, éclairée seulement par la lumière provenant d'une ouverture dans le toit. Vers le mur au milieu d'une plate-forme en bois, un foyer toujours allumé est creusé dans le sol. Un trépied en fer soutient une marmite pleine d'eau toujours chaude pour le thé. Près du feu se trouvent des banquettes qui se transforment la nuit en lits pour les enfants. Derrière le foyer contre le mur est installé un autel en bois sur lequel sont disposés un vase de fleurs et des statuettes et c'est devant cet autel que le lama de la lignée effectue les rituels.

Dans cette grande pièce et dans toutes les maisons visitées, une petite porte reste toujours fermée, par laquelle on peut accéder à la chambre de la vie et de la mort : ici, les femmes donnent naissance aux bébés, mais on y dépose aussi le corps du défunt dans l'attente de ses funérailles.

 

  • L'organisation socio-familiale matriarcale

L'organisation socio-familiale de cette société est réglée selon le principe de la matrilinéarité (la descendance maternelle) et la matri localité (les enfants vivent chez leur mère). Leurs famille s sont très étendues, on y trouve des descendants de trois ou quatre générations, tous des consanguins. Les enfants appartiennent à la mère et habitent avec elle toute leur vie. Maternité et paternité sont des concepts qui impliquent une signification totalement différente de celle que nous avons l'habitude de leur attribuer. Entendre dire à une femme qu'elle a eu trois mères nous semble incroyable mais on reste encore plus incrédules quand on apprend que le père naturel ne fait pas partie de la famille car non consanguin et que, pour les enfants aussi bien que pour la mère il est et demeure un étranger à la famille. Orphelins, bâtards, fils illégitimes dans ce contexte n'ont aucune raison d'exister. Si les enfants venaient à perdre leur mère, ce seraient les tantes et les oncles de la famille qui s'en occuperaient en les éduquant selon les valeurs traditionnelles.

Les enfants dorment dans la même grande pièce que la grand-mère, mais à l'âge de 13 ans, une cérémonie marque le passage de l'enfance à l'âge adulte au cours de laquelle la jeune fille reçoit le costume traditionnel et la clé de sa « chambre des fleurs », la chambre où elle recevra ses futurs amoureux quand elle se sentira prête à le faire. Le garçon, lui aussi, recevra le costume traditionnel, mais il dormira dans une pièce avec ses frères aînés et oncles jusqu'au moment où il ira passer la nuit chez son amoureuse. De cette manière on renonce au mariage sans renoncer à l'amour et à la procréation : l'union est « itinérante » dans le sens que l'homme se déplace de chez lui pour aller chez son amoureuse, y passe la nuit et à l'aube il s'en sépare pour retourner chez lui.

Le couple ne signe aucun contrat, ne promet pas de fidélité éternelle, le lien n'est ni économique ni juridique. Une relation peut être stable et durer très longtemps si elle est fondée sur l'amour et le désir sexuel partagés, mais il existe des relations plus courtes, ( nana sese ) qui peuvent même durer une seule nuit. L'infidélité est mieux tolérée que la jalousie qui est condamnée et méprisée. On se moque de celui qui l'extériorise : les amoureux ne s'appartiennent pas. « Je t'aime, mais je ne t'appartiens pas », c'est la formule sur laquelle se fonde une relation de couple. Quand la relation se termine, il n'y a aucune sentence de divorce ni de séparation de biens et les enfants restent avec leurs mères. En fait, les Moso ont la sagesse de séparer la vie amoureuse des affaires de famille ; ils ne confient pas à un sentiment comme l'amour qui peut être de courte durée, le sort de la famille qui doit durer dans le temps. Sa solidité ne peut être garantie que par les liens de la consanguinité, raison pour laquelle le père naturel est considéré comme un étranger, il n'a aucune obligation envers ses enfants et même s'il entretient avec eux une relation affective, il n'a aucune responsabilité éducative ou économique. C'est l'oncle maternel qui remplace la figure masculine du père et assume ses fonctions envers les enfants de ses soeurs.

 

  • La Répression

Le témoignage d'une femme concernant la répression opérée par les Gardes Rouges vis-à-vis du « libertinage » (ainsi était considéré le style de vie des Moso par le gouvernement de l'époque) est très intéressant et montre comment cette minorité a su résister à toutes sortes de réformes matrimoniales voulues par Mao dans la période de la révolution culturelle. Cinq réformes matrimoniales de 1966 à 1974 n'ont pas suffi à convaincre les Moso d'abandonner leur style de vie traditionnel et même si quelques mariages ont eu lieu, après la mort de Mao, tous les couples se sont séparés et chacun est retourné auprès de sa famille maternelle. « Vous vous rendez compte ce que cela signifie pour nous, les femmes, de vivre chez le mari, un étranger ! », dit une femme de 54 ans.

 

  • La démocratie, la non-violence, les valeurs

Hommes et femmes semblent coopérer efficacement, les décisions sont prises au sein de la famille et à l'unanimité, mais il faut parfois attendre longtemps, voire une année, avant de décider de construire ou non une pension pour touristes ; il faut du temps pour satisfaire les exigences de chacun et la discussion ne prend fin que lorsque tout le monde en est satisfait. Néanmoins la dabu , considérée comme étant la femme la plus sage de la famille, celle qui transmet le nom, les biens et administre l'économie familiale, a le dernier mot. Les fils ont beaucoup de respect pour leurs mères et, pour eux, le fait d'être gérés par les femmes ne semble provoquer aucune frustration. Il n'y a pas de violence conjugale ni domestique, la violence ne fait pas partie de la culture Moso. Tout s'organise afin de préserver la paix et d'éviter toutes sortes de conflits. Il arrive rarement que deux hommes se battent, peut être après avoir bu un verre de trop. ( sulima, alcool local).

Les personnes âgées ne sont jamais abandonnées à elles-mêmes ; elles transmettent aux jeunes les valeurs traditionnelles telles que l'amour et le respect pour les autres et pour la nature. Elles sont considérées comme des Bouddha vivants.

 

  • La religion

La religion des Moso est un mélange entre le bouddhisme tibétain et la croyance animiste liée au caractère sacré de la nature. Les Moso sont en général très croyants, on voit souvent des personnes âgées tenant le moulin à prière dans une main et un rosaire dans l'autre, tourner dans le sens des aiguilles d'une montre autour d'un stupa, pendant que des aiguilles de pins brûlent dans la cheminée incorporée dans ce monument funéraire conique fait d'un amas de pierres posées les unes sur les autres et abritant des pierres votives portant des inscriptions en tibétain. Les daba, prêtres chamans en train de disparaître, tournent autour du stupa dans le sens contraire. Les lama et les daba se côtoient parfois pour officier au cours des mêmes cérémonies religieuses tels que la naissance, les funérailles, le pèlerinage à Gammu ou la « cérémonie de la jupe ».

Les enfants qui ont envie de devenir lama peuvent entrer au monastère à l'âge de 15 ans après avoir terminé les études de l'école obligatoire, mais c'est le lama en place qui va décider si l'enfant est apte à poursuivre ce genre d'études. Un lama m'a raconté comment il est parti de son village, comment il a traversé le Tibet d'abord sur son mulet ensuite à pied pour arriver à LLhasa et pourquoi il n'a pas continué ses études en Inde : « Il fallait encore marcher » me dit-il en souriant. À son époque les enfants entraient au monastère à l'âge de 7 ans et il était d'usage que s'il y avait deux garçons dans une même famille, l'un restait à la maison et l'autre entrait au monastère. Mais depuis que l'école est devenue obligatoire, la tradition bouddhiste d'envoyer l'un des deux garçons au monastère n'existe plus, « On leur laisse le choix » , me confie la mère d'un garçon de huit ans.

 

  • L'économie

Les Moso sont principalement agriculteurs et éleveurs, mais pas seulement. Autrefois les hommes partaient avec les caravaniers venant du sud et qui passaient par leur région pour se rendre au Tibet. Ils échangeaient leurs produits céréaliers contre du thé et du sel. Ils s'absentaient pour de longues périodes et parfois ne revenaient plus : les intempéries, l'hostilité des lieux et parfois les agressions en empêchaient le retour. Les femmes restaient au pays, elles cultivaient la terre et dans cette période où leur minorité était sur le point de disparaître de par la pénurie d'hommes, elles ont assuré la survie de leur société en ayant des relations avec des lamas. Ces derniers étaient obligés de rester au pays pour officier lors des cérémonies religieuses et avaient l'obligation de célibat, mais non de chasteté.

Aujourd'hui les Moso continuent leurs activités d'antan, mais dans les villages les plus touristiques ils sont impliqués dans des activités nouvelles pour satisfaire les exigences des touristes : les auberges pour touristes ainsi que les petits restaurants et les cafés sont, pour la plupart, gérés par les femmes. Femmes et hommes transportent les passagers dans les zhuao chan , des embarcations à rames. Cette dernière activité est basée sur la solidarité collective, dans le sens où le bénéfice est reparti équitablement entre toutes les familles. Par contre, le bénéfice provenant de la gestion des pensions de famille revient individuellement à chaque famille.

 

  • Le folklore

Femmes et hommes animent des spectacles de danse dont les chorégraphies mettent en scène leur vie quotidienne et les principales particularités de leur culture.

Chaque soir, jeunes filles et jeunes gens vêtus de leur costume participent à une danse traditionnelle. Autour d'un feu et au son d'une flûte ils forment un cercle et dansent en se tenant par la main.

Traditionnellement c'était le lieu de rencontres pour les jeunes qui improvisaient parfois des chansons pour louer la grâce et la beauté de la jeune fille, libre à celle-ci d'accepter ou non cette cour. Parfois, le jeune homme s'emparait d'un objet appartenant à la jeune fille laquelle manifestait son assentiment si elle ne le réclamait pas. Si elle réclamait cet objet, le jeune homme n'insistait pas. « L'insistance est de mauvais goût », m'a dit une jeune femme. Aujourd'hui ce même endroit est un lieu destiné à distraire les touristes qui peuvent entrer dans la ronde et danser avec les Moso. Les danses terminées, les Moso se mettent à chanter individuellement et invitent les touristes à faire de même jusqu'à épuisement. L'entrée, libre auparavant, est devenue payante depuis 2006. Dans ce cas aussi, le profit est partagé et un membre au moins de chaque famille participe à cette activité à tour de rôle et de façon régulière.

 

  • La menace du tourisme (sexuel)...

Avec l'arrivée du tourisme une économie d'un type nouveau qui n'est plus fondée sur la solidarité collective, mais conforme au modèle capitaliste vient d'apparaître. Là où le maoïsme n'a pas réussi, la mondialisation qui fait du « pays des femmes » une destination idéale pour le tourisme sexuel réussira-t-elle?

Les femmes Moso ne sont pas des prostituées et les relations avec les étrangers sont mal vues même si elles ne sont pas interdites. Les prostitués viennent des provinces limitrophes et se déguisent en portant le costume Moso. Ceci détériore l'image des femmes Moso, mais les autorités ferment les yeux devant une activité si lucrative sous couvert de développement.

 

  • ... et du « développement »

Les conditions de vie se sont beaucoup améliorées depuis que les touristes sont arrivés au Lac Lugu : téléphone, eau courante et pouvoir d'achat sont devenus indispensables.

Selon le conservateur du Musée de Luoshui, les habitants ont besoin d'améliorer leurs conditions de vie, mais ils ne renonceraient jamais à leur style de vie traditionnel. Selon une jeune femme c'est le style le plus naturel qui puisse exister « les Han mariés qui habitent ici depuis longtemps ont adopté notre style de vie, nous ne changerons pas, du moins pas dans un futur proche ».

Cependant huit mariages ont été célébrés récemment : est-ce le début de la fin ?

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Le cas des Moso, Amour libre et société égalitaire - Marzo 2014

Un Special

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Dans un lieu aussi lointain qu’isolé, à près de 3000 m. d’altitude, en Chine, aux confins du Tibet, une minorité ethnique vit selon une organisation sociale très particulière.

Il s’agit d’une société où les femmes jouissent d’un statut qui les valorise. Elles y sont en effet les protagonistes de la vie familiale et sociale et jouissent des droits et des libertés individuelles niés à tant de femmes dans le monde. L’existence de cette société dans un pays tel que la Chine a suscité en moi un vif intérêt et j’ai souhaité comprendre et faire mieux connaître leurs traditions hors du commun.

Je voulais donc savoir comment on vit dans une famille matrilinéaire où seuls les descendants de la lignée maternelle sont considérés consanguins, où les couples ne vivent pas sous le même toit, où le père naturel est considéré pratiquement comme un étranger alors que l'homme et la femme passent la nuit ensemble avant de se séparer au matin. Je voulais découvrir comment hommes et femmes vivent en dehors des contraintes du mariage et comment ces hommes n'estiment pas perdre leur identité sur tous les plans et acceptent le rôle des femmes en tant qu'organisatrices et responsables. En quelques mots, je voulais comprendre ce que sont les valeurs fondamentales d'une société au féminin. Ma curiosité m'a amenée à me rendre plusieurs fois chez les Moso et à habiter avec eux pendant de longues périodes. La publication d'un livre Benvenuti nel Paese delle Donne (2010) et la réalisation d'un documentaire Nu Guo-Nel nome della Madre avec sous-titres en anglais (2013), sont le fruit de mon expérience au pays des Moso. L'étude de cette société m'a ouvert des horizons que je n'avais pas soupçonnés. Parmi les enseignements encore dispensés de nos jours, notre type de famille passe encore le plus souvent pour universel, écartant a priori l'existence d'autres modèles familiaux, alors que les Moso sont tout sauf des fossiles vivants, mais une société contemporaine qui existe et qui résiste depuis des millénaires. La structure de la famille et l'absence de mariage (à l'exception de quelques rares cas), de même que le type d'économie traditionnelle basée sur la solidarité, la pratique du consensus et d'une profonde spiritualité constituent les piliers qui maintiennent cette société vivante et saine. La famille Moso bénéficie d'une structure solide : elle perdure éternellement dans le sens que les générations maintiennent le même nom maternel de la famille et que les biens sont indivisibles. La famille ne risque pas d'être détruite par une éventuelle séparation des parents puisque les deux personnes formant un couple habitent séparément.

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Lago Lugu, ottobre 2014

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Il popolo Moso si sveglia con una grande sorpresa, non crede ai propri occhi. 4 barche a motore hanno fatto la loro apparizione sul lago. Durante i miei svariati soggiorni al lago non ho mai visto donne e uomini moso esprimere un qualsiasi sentimento che alteri la normale serenità che si percepisce d'abitudine nei loro volti e nel loro comportamento, ma immagino lo sdegno a parte lo stupore, che abbia potuto impossessarsi di loro.

Le 4 barche a motore di diversa grandezza che possono contenere da 6 a 28 persone e sicuramente destinate a moltiplicarsi, visto l'incremento del turismo di questi ultimi anni, sono state imposte dalla prefettura del distretto di Yuanyuan nel Sichuan, la provincia che si affaccia su una riva del lago Lugu geograficamente situata di fronte a quella dello Yunnan.

Queste barche a motore avrebbero dovuto sostituire le barche a remi della comunità moso che trasportano i turisti sulle isole di Liwubi e di Xiewa in mezzo al lago e che dal 2007 si è organizzata in modo da creare un'attività collettiva e solidale per cui tutte le famiglie mettono a disposizione una barca e 2 dei loro componenti che si alternano in turni di circa tre ore ciascuno. Il profitto viene distribuito equamente fra tutti i barcaioli e le barcaiole che remando intonano delle dolci melodie inneggianti alla natura sacra. Pensare che questo potesse essere soppiantato dal rumore di un motore mi fa semplicemente accapponare la pelle.

La presenza di queste nuove barche è probabilmente un attacco da parte del mondo capitalista e globalizzante ad un'economia, quella dei Moso, basata invece sulla solidarietà collettiva, per danneggiare una società già minata dall'afflusso sempre più crescente del turismo. Non solo aumenterebbe l'inquinamento delle acque del lago che già stanno soffrendo dell'incrementarsi della popolazione straniera che non rispetta la natura come i Moso lo fanno invece da millenni, ma ciò toglierebbe alla comunità moso il profitto proveniente da una delle più proficue attività collettive e solidali dei matriclan. Mi sono chiesta in che modo il popolo moso sarebbe arrivato a risolvere questo problema e a farsi intendere dalle autorità sichuanesi, loro che hanno sempre praticato il metodo del consenso, che hanno dato vita a un'economia solidale attraverso le loro molteplici attività collettive, sarebbero arrivati a lanciare una sfida alle autorità sichuanesi o ad arrivare a un accordo con queste ? avrebbero cominciato a valutare i danni che la nuova economia sta operando a loro discapito ? avrebbero preso coscienza del fatto che lentamente, ma inesorabilmente, l'economia tradizionale moso stia sfuggendo dalle loro mani per il profitto di compagnie straniere ? Charles Mc Khann l'aveva predetto una quindicina di anni fa.

Ma la popolazione moso è in rivolta, dallo stupore e dallo sdegno sono passati immediatamente all'azione : raccolta di firme, banderuole e soprattutto opera di convinzione per sensibilizzare i turisti alla loro causa e far disertare le nuove barche.

A nulla è valsa, da parte delle autorità sichuanesi e delle compagnie che avevano investito nella fabbricazione delle barche, l'opera per convincere le donne e gli uomini moso ad accettare le barche a motore, a sostituirle alle loro zhuao chuan, le barche a remi costruite dai Moso stessi scavandole direttamente nei tronchi d'albero e che i Moso usano oltre che per trasportare i passeggeri anche per pescare e per raccogliere l'ottelia acuminata, una pianta commestibile che cresce nelle acque del lago.

Dopo due mesi di azione continua finalmente la comunità moso è riuscita a far allontanare le barche dalle acque del lago. I Moso hanno rifiutato ad essere assunti come personale dipendente da compagnie straniere e a ricevere una percentuale del loro profitto. La popolazione moso non ci ha deluso, ancora una volta qui hanno saputo dimostrare con il loro buon senso e determinazione che non si lasciano schiacciare. Come non si sono lasciati intimidire, ai tempi di Mao, dalle riforme matrimoniali volte a uniformizzare i loro costumi considerati, a torto, libertini, non si sono lasciati intimidire nemmeno adesso. Quest'ultima è una risposta positiva della determinazione dei Moso a salvaguardare la loro società dagli attacchi esterni, una risposta a tutti coloro che attendono, chi con rassegnazione, chi con un sottile compiacimento l'inevitabile fine di questa società e la sua assimilazione al modello patriarcale. « I Moso reclamano di essere rispettati come minoranza, rivendicano la loro autonomia, sono consapevoli del valore della loro identità culturale e i giovani difendono con convinzione il loro stile di vita, al pari di quanto hanno fatto i loro antenati in passato. (Vedi intervista in « Benvenuti nel paese delle donne ») E per noi occidentali un modello cui ispirarci.

Francesca Rosati Freeman

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Lecce, "The creative word", Conferenza Internazionale - 17 Maggio 2013
Nu Guo o il Paese delle Donne

Francesca Rosati Freeman

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Nu Guo o il Paese delle Donne è abitato dai Moso, una società matriarcale di 40 000 persone stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, attorno al Lago Lugu, sulle pendici dell'Himalaya, a 2700 metri di altitudine.

Qui ho avuto modo di svolgere a più riprese, dal 2005 al 2012, un'indagine sul campo che mi ha fatto scoprire usanze e tradizioni, i cui risultati sono raccolti nel libro Benvenuti nel paese delle donne.

Si tratta di una società senza violenza, basata sul rispetto e sulla mutualità fra genere maschile e genere femminile e bastano solo alcune parole o espressioni della lingua moso per entrare subito in una visione del mondo diversa dalla nostra.

Il lago in lingua moso si chiama Shinami, cioé lago madre. Una parola che esprime un concetto ben preciso: la Natura è madre, viene percepita al femminile e identificata col principio della creazione. Un principio immanente alla natura, non trascendente ad essa. Tutta la natura è divina e la sua venerazione trova il suo culmine nel pellegrinaggio a Gammu, la montagna sacra, la grande dea creatrice e protettrice di tutti i Moso.

A Gammu, si riconosce la funzione partenogenica, la creazione dal nulla, e alla donna si riconosce la funzione della continuità della vita, una funzione creatrice che fa della sacralità, della natura e della donna, una sola entità.

Le donne hanno saputo trasformare un fatto naturale come la maternità in un modello culturale e spirituale.Tutta la società è organizzata intorno al legame materno come i valori di cura, l'individuazione dei bisogni, la condivisione, i rapporti di solidarietà dentro e fuori della famiglia.

L'aspetto spirituale è forse quello che, più di ogni altro, contribuisce a creare e mantenere l'armonia fra uomini e donne, adulti e bambini, giovani e anziani. E' l'energia che connette tutti gli aspetti della comunità. I Moso praticano il buddhismo tibetano, ma di fatto non hanno mai rinunciato al loro sciamanesimo primitivo.

La venerazione che i Moso hanno per la natura e la loro spiritualità si riflettono in ogni piccolo gesto quotidiano: ogni giorno le donne più anziane percorrono avanti e indietro le strade dei villaggi girando i loro mulini di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura, girano anche attorno allo stupa (monumento funerario) più volte al giorno.

Vengono fatte offerte quotidiane agli antenati sull'altare di casa prima del pranzo o della cena. Il focolaio sempre acceso e posto davanti all'altare degli antenati è l'immagine vivente della loro vita spirituale, simbolo della purificazione.

L'aver partecipato a delle cerimonie e rituali mi hanno fatto capire come la relazione vita-morte sia vissuta al quotidiano e come la vita li riporta costantemente alla morte e la morte alla vita in un alternarsi continuo, in ogni casa si trova la camera dei misteri, il mistero della vita e il mistero della morte, qui le donne danno alla luce i loro bambini e i defunti vengono adagiati in attesa del funerale.

 

Amore e relazione di coppia

Babahuago, camera dei fiori: quale parola più poetica e creativa di questa avrebbe potuto meglio definire il luogo degli incontri amorosi di una coppia. È questo infatti il nome, in lingua moso, della camera dove la donna riceve il suo amante in piena libertà, ma con discrezione. La madre non vuole sapere chi nottetempo si reca nella camera della figlia come la figlia non vuole sapere chi viene a visitare la madre. Questa parola è il simbolo della libertà sessuale delle donne. Per noi sarebbe una conquista, per le donne moso è assolutamente naturale.

Un fattore che differenzia profondamente la comunità moso da molte altre è l'esclusione del matrimonio e della convivenza dallo stile di vita tradizionale. Anzi questi sono ritenuti un attacco alla famiglia stessa. Al matrimonio i Moso preferiscono lo Zou Hun ossia la modalità delle visite notturne.

La coppia non vive sotto lo stesso tetto, ma passa la notte insieme per separarsi all'alba e svolgere ciascuno il proprio lavoro. La coppia è semplicemente considerata troppo instabile per far coincidere amore, famiglia e coabitazione. Ciò non significa che i Moso rinuncino all'amore, alle relazioni sessuali e alla procreazione. Si tratta di relazioni senza compromessi che pongono i due partner su un piano egualitario, esse durano finché dura il sentimento d'amore o semplicemente la voglia di stare insieme.

Al compimento del tredicesimo anno d'età, una grande cerimonia segna il passaggio dall'infanzia alla vita adulta. Questa cerimonia, per le ragazze, in lingua moso, viene chiamata Chai Zhie, mettere la gonna, mentre per i ragazzi viene chiamata Hli Zhie, mettere i pantaloni, infatti sia le ragazze che i ragazzi, in questa occasione, ricevono il costume tradizionale che indosseranno per le feste e le cerimonie, oltre che per le danze serali , ma la ragazza riceve anche la chiave della sua "camera dei fiori" dove, quando si sentirà pronta, riceverà la persona di suo piacimento.

La separazione della vita familiare e dei beni patrimoniali dalla vita amorosa, se da una parte rinforza e sostiene la stabilità della famiglia e ne consente la salvaguardia, dall'altra garantisce a tutti, uomini e donne, una grande libertà in fatto di sesso, offrendo la soluzione a due bisogni fondamentali della natura umana: il bisogno di libertà in amore e il bisogno di sicurezza e protezione. Il patriarcato non ha mai offerto una soluzione al primo bisogno, anzi, sostenuto dalle religioni, lo ha sempre represso, mentre la sicurezza e la protezione, che dovrebbero provenire dal nucleo familiare ristretto si riducono a controllo della donna da parte del marito o compagno. Questo tipo di struttura permette alle donne moso di avere il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e, poichè le coppie non vivono sotto lo stesso tetto, non si litiga mai per la precarietà della situazione economica familiare né per incompatibilità di carattere e tantomeno si entra in conflitto con i parenti del proprio partner.

Non si litiga nemmeno per l'educazione dei figli che appartengono alla madre e alla famiglia materna.

Oltre alla madre naturale, tutti i componenti della famiglia sono responsabili dell'educazione e del mantenimento dei bambini anche se non sono figli propri. Si può quindi affermare che il concetto di maternità e quello di paternità rivestono un significato diverso dalla genitorialità come la si intende nelle società patriarcali. La figura del padre in effetti è sostituita da quella dello zio materno.

Tutte le donne sono "madri" e tutti gli uomini sono "padri" nell'ambito della loro famiglia materna.

Sono le nonne a trasmettere ai più giovani le tradizioni e ad insegnare l'amore e il rispetto e l'educazione è gilanica, per usare il termine di Riane Eisler, cioé senza differenze di genere nei giochi e nelle attività.

Mancando matrimonio e convivenza non si danno casi di violenza coniugale e, in caso di separazione, non c'è nessun cambiamento di carattere materiale né per gli adulti né per i bambini. Non c'è alcuna riconoscenza giuridica per la paternità biologica per cui il padre non potrà mai pretendere l'affidamento dei figli, la madre non sarà sola a educarli, il suo status economico e sociale non cambierà e i bambini non si accorgeranno nemmeno della separazione, non cambieranno né casa né abitudini, ma continueranno a vivere in seno alla famiglia materna. La separazione della coppia non implica il disfacimento della famiglia. In tal modo si evitano, sia per i bambini che per gli adulti, quei turbamenti psicologici che, nelle nostre società, vengono provocati dalle separazioni e che richiedono anni di psicoterapia per essere sanati.

Psicologi e psicanalisti restano spiazzati di fronte a una società nella quale il complesso di Edipo o l'invidia del pene, non hanno nessun senso, anzi questi concetti perdono la loro universalità al punto che andrebbero riconsiderati: il bambino infatti non deve condividere con il padre l'attenzione della madre. In questo contesto familiare non esiste nemmeno il concetto di orfano: se il bambino dovesse perdere la madre, restano le sorelle e i fratelli della madre a svolgere l'importante ruolo educativo e affettivo che hanno anche in condizioni normali e quindi il piccolo non sarebbe costretto a cambiare né casa né abitudini. Grazie alla non riconoscenza giuridica della paternità, la cultura moso non contempla nemmeno il concetto di figlio illegittimo, eliminando alla fonte un problema che ha dilaniato, nella storia, tutte le altre società: quello della legittimità incerta della prole (mater semper certa est, pater numquam).

La libertà sessuale, che nelle società patriarcali è stata sempre considerata fonte di disordine e di sconvolgimento degli equilibri familiari e sociali, qui garantisce equilibrio e armonia per tutti i membri della comunità.

Come nell'ambito della famiglia estesa, anche nel campo delle relazioni amorose non esiste il concetto di proprietà privata. Tra i Moso nessuno pensa di appartenere alla persona di cui è innamorato e nessuno pensa di fare della persona amata la ragione della sua esistenza. Da qui un concetto di amore assolutamente disinteressato, non legato né alla classe sociale né alla situazione economica. Amore e sesso qui non vogliono dire possesso! "Ti amo, ma non sono tua/o" sembra essere il messaggio su cui si basa il sentimento amoroso. L'amore inteso in questo modo lascia anche poco spazio alla gelosia, considerato un sentimento distruttivo, fonte di conflitti e di violenza. Noi l'associamo erroneamente all'amore. I Moso arrivano a stigmatizzarla, la disprezzano e la condannano, irridendo chi si mostra geloso e accusandolo di contravvenire alle regole.

Tutti poi si guardano bene dal promettere fedeltà eterna, per cui un'infedeltà, anche se in un'unione stabile è considerata una trasgressione, viene tollerata. È piuttosto il ricorso alla violenza che fa perdere la faccia; ma se il proprio partner ha un incontro clandestino non è certo la fine del mondo.

Le figlie non escono e i loro compagni non entrano: un'espressione che esplicitamente e con molta chiarezza ci informa che le figlie non abbandonano mai la casa materna per andare a vivere in casa dell'uomo, come avviene nel resto della Cina, mentre gli innamorati delle figlie non faranno mai parte della famiglia: se si rispetta questa regola, la grande famiglia moso resterà unita. Inoltre per la continuazione e la sopravvivenza della famiglia è importante che ci sia almeno una figlia femmina. La nascita di una figlia femmina presso i Moso è una grande benedizione e non una disgrazia, al contrario di quanto avviene nel resto del paese e in molti altri paesi in cui la predilezione per i figli maschi è un fatto normale.

Gli uomini passano, la madre resta ripetono le madri alle figlie, anche con questa frase le madri moso esprimono chiaramente come il legame materno sia qualcosa di duraturo, mentre il legame amoroso può essere qualcosa di passeggero, aleatorio e per loro è chiaro che non si può costruire su un sentimento così fragile, per quanto intenso possa essere, un'istituzione come la famiglia che è supposta durare tutta la vita. L'educazione e la cultura vengono così trasmesse, oltre che con il modello, anche con parole ed espressioni dense di significato che si tramandano da madre in figlia e di generazione in generazione .

Per la società dei Moso mi permetto di usare la parola matriarcale e non le altre di uso più accademico come matrilineare, matrifocale, matrilocale, matristica, matricentrica, perchè, create per definire questo tipo di società, risultano riduttive. Ognuna di queste parole, infatti, corrisponde a un aspetto ben preciso di questa società e prese a solo non riescono a dare una visione d'insieme che ne comprenda tutti gli aspetti. Inoltre la parola matriarcato spesso viene confusa con il potere delle donne e viene paragonata al patriarcato facendole assumere, a torto, una connotazione negativa. Heide Göttner-Abendroth, fondatrice di Hagia, Accademia degli studi matriarcali moderni, associa questa parola all'origine della formazione delle prime società la cui organizzazione si svolgeva intorno al legame materno: mater + archeo sta per "all'inizio le madri" e non il dominio delle madri. Stando a questa definizione non si può considerare il matriarcato come l'opposto femminile del patriarcato.

Secondo il sociologo Pierre Bourdieu "usare una parola per un'altra è cambiare la visione del mondo sociale e contribuire a trasformarlo.

Quindi mi sembra importante liberare questa parola dalla sua connotazione negativa e usare la parola matriarcato appropriatamente per definire tutte quelle società egualitarie che hanno una struttura socio-familiare e politico-economica simile a quella dei Moso.

L'"universalità" di alcuni concetti a sostegno del patriarcato non regge il confronto con una cultura matriarcale

Concetto di famiglia e consanguineità

La società dei Moso ha tutto quel che serve per sfidare i pilastri dell'antropologia classica e per sfidare l'ambizione di universalità del patriarcato.

Se si prende in esame l'aspetto socio-familiare, è quello che più distingue la cultura moso, non solo rispetto alle culture occidentali, ma anche nel confronto con altre culture matriarcali. La famiglia che da molti antropologi di fama mondiale viene definita universale e che corrisponde al modello di famiglia nucleare androcratica, non corrisponde affatto al modello matriarcale dove la famiglia è matrilineare, cioé estesa a tutti i discendenti della linea materna.

Questi sono i soli ad essere considerati consanguinei, e nessun membro esterno ad essa ne fa parte, nemmeno il padre naturale, per cui anche il concetto di consanguineità assume, in tale contesto, un valore sociale piuttosto che biologico. Inoltre, avendo il padre naturale un ruolo marginale e periferico, non esiste in lingua moso una parola per indicarlo, i Moso usano per lui la stessa parola che per lo zio materno, awu.

Quella dei Moso è una società in cui la parola potere si potrebbe definire come potenza femminile e materna e mentre nella società occidentale la parola potere viene associata ad abusi, discriminazione e corruzione, nella società moso questa assume il significato di condivisione che unita allo sforzo di raggiungere un consenso decisionale ampiamente condiviso, fa della comunità moso una società con un senso del rispetto e dell'uguaglianza assai profondo.

La dabu, il suo ruolo-guida e la pratica del consenso

Il potere nel suo significato di potenza femminile è affidato alla dabu che, con le sue doti di donna abile e saggia, guida la sua numerosa famiglia che può contenere fino a quattro generazioni. Trasmette il nome e i beni e gestisce l'economia familiare. Tradurre la parola dabu con capo-famiglia, significa associarla inevitabilmente alla figura del padre di famiglia, figura che nella famiglia moso non esiste. Parlare di ruolo femminile e di ruolo maschile significherebbe operare una divisione dei ruoli di genere tipica delle società occidentali e patriarcali.

 

Benchè alcune delle attività svolte dagli uomini e dalle donne siano differenti, non esiste assolutamente l'idea che queste siano inevitabilmente associate a un sesso in opposizione all'altro, non esiste un'attività considerata inferiore o superiore ad un'altra. Quella dei Moso è una struttura sociale fondata sull'eguaglianza complementare e non sulla gerarchia, per cui pur riconoscendo la diversità biologica, i due generi rimangono in perfetto equilibrio.

 

 

In famiglia tutte le decisioni vengono prese applicando la pratica del consenso. Le innumerevoli discussioni, cui partecipano tutti i membri adulti della famiglia terminano solo quando si arriva a un accordo. La dabu, considerata la persona più saggia, guida la discussione per raggiungere l'accordo, i suoi consigli e suggerimenti sono tenuti in grande considerazione.

I beni sono indivisibili e restano in famiglia. L'indivisibilità del patrimonio familiare fa sì che un membro di essa non possa arricchirsi a discapito di un altro; tutti lavorano insieme per contribuire alla prosperità della famiglia, aiutandosi a vicenda e instaurando rapporti di solidarietà. Non esiste il mio o il tuo, esiste il nostro.

Il concetto di solidarietà, su cui si fondano le relazioni familiari, è alla base anche della struttura economica tradizionale delle comunità Moso: un'economia del dono, un tipo di economia che è esistito ed esiste da millenni nelle società matriarcali, in cui il soddisfacimento dei bisogni non passa attraverso l'appropriazione privata né attraverso il profitto, non genera contrapposizione e divisione coatta del lavoro tra uomini e donne, né divisioni della popolazione in ricchi e poveri. Anche in questo campo quindi si riflette il principio etico della logica materna, che viene applicato in ogni sfera della società.

Conclusione

Per concludere quella dei Moso è una società egualitaria che ha dato vita a valori che ancora oggi garantiscono una vita armoniosa e pacifica. Una società nella quale domina una visione serena dell'amore e del piacere sessuale, dove le donne sono il fulcro della vita familiare e sociale, condividendo con l'altro sesso gli incarichi di responsabilità.

Ciò non significa che la società dei Moso sia immune da ogni genere di problema, ma è senz'altro opportuno riflettere sugli aspetti della sua singolare organizzazione che consentono una vita certo più armoniosa di quella che le nostre società riescono a offire. Si tratta di un altro modo di concepire la vita, la famiglia, il rapporto uomo-donna. È solo una visione del mondo diversa dalla nostra. Un mondo in cui maschile e femminile non sono contrapposti, ma si completano e si rafforzano a vicenda.

Qui le donne non vengono violentate o uccise, i bambini non vengono maltrattati o abusati e le persone anziane non vengono abbandonate a se stesse.

 

 

La società matriarcale moso rischia però di scomparire

La sopravvivenza di questa società è oggi messa in pericolo dall'influenza esterna dell'attuale modello culturale di tipo androcratico dominante e da un modello economico basato sull'economia di mercato.

Lo sviluppo economico dovuto in massima parte all'afflusso dei turisti, se da una parte sta migliorando le condizioni di vita degli abitanti di questi villaggi, dall'altra sta facendo sì che il modello economico tradizionale basato sulla solidarietà venga sempre più soppiantato dalla competitività.

Ogni giorno migliaia di turisti invadono i due villaggi di Luoshui e di Lige dove investitori pechinesi e taiwanesi hanno già cominciato a costruire hotel di lusso con vista sul lago.

Un'autostrada che collega l'aeroporto di Lijiang al lago Lugu è stata appena costruita e esiste un progetto per la costruzione di un aeroporto per facilitare l'accesso dei turisti. Ma il turismo genera pure inquinamento e i Moso non sanno ancora come gestirlo.

Bisogna considerare anche che il tasso di crescita demografica qui è molto più basso che nel resto della Cina.

Se a questi fattori aggiungiamo pure l'influenza della televisione e dei programmi scolastici cinesi, possiamo immaginare l'inizio della fine.

Ma la società moso è una società ancestrale, che esiste da almeno duemila anni, una società che ha manifestato una tenacia e una resistenza in tutte le situazioni storiche che si sono presentate, e ha resistito a tutte le pressioni del governo cinese, che ha sempre considerato lo stile di vita moso come improntato al libertinaggio e alla promiscuità, e ha cercato in tutti i modi di imporre il modello patriarcale dominante. Resisteranno i Moso anche alle nuove influenze negative esterne, fino a poco tempo fa estranee alla loro cultura? È da seguire...

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La società matriarcale dei Moso
Un modello di socialità ugualitaria nel mondo contemporaneo

Francesca Rosati Freeman, Ottobre 2012

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Premessa

Sulle usanze e tradizioni della società matriarcale dei Moso, composta da una minoranza etnica di circa 50.000 persone e stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, ho avuto modo di svolgere, per sette anni, un'indagine sul campo i cui risultati sono raccolti nel volume Benvenuti nel paese delle donne [1]. Queste pagine ne rappresentano una sintesi, inevitabilmente, selettiva e parziale.

I Moso vivono, in una ventina di villaggi situati attorno ad un lago di una bellezza incantevole, sulle pendici dell'Himalaya, a 2700 metri. Non sono abbastanza numerosi per avere uno statuto autonomo e per questa ragione sono considerati un ramo dei Naxi, una minoranza etnica più numerosa che conta 300.000 persone e che sembra avere delle radici comuni con i Moso.

Provengono entrambi dal Tibet, ma mentre i Moso grazie al loro isolamento hanno mantenuto intatta la loro struttura matriarcale, i Naxi sotto l'influenza delle varie dinastie imperiali che si sono succedute hanno cambiato i loro costumi e oggi le due etnie hanno una struttura socio-familiare molto diversa. Durante i miei vari soggiorni nel territorio moso, ho avuto modo di osservare e di approfondire vari aspetti di questa società, accorgendomi anzitutto che vi regna una grande armonia. Il dato che è emerso fin da subito, grazie all'osservazione diretta e alle testimonianze degli stessi Moso, è che gli aspetti socio-familiare, economico, politico, religioso e spirituale sono legati fra di loro e contribuiscono tutti insieme alla prevenzione dei conflitti e alla salvaguardia della pace.

1. Aspetti dell'organizzazione sociale e familiare

L'aspetto socio-familiare è quello che più distingue la cultura moso, non solo rispetto alle culture occidentali, ma anche nel confronto con altre culture matriarcali: la famiglia è matrilineare, estesa a tutti i discendenti della linea materna, i soli ad essere considerati consanguinei, e nessun membro esterno ad essa ne fa parte, nemmeno il padre naturale, per cui il concetto di consanguineità assume, in tale contesto, un valore sociale piuttosto che biologico.

"Le figlie non escono e i loro compagni non entrano", cioè le figlie non abbandonano la casa materna per andare a vivere in casa del compagno, mentre i compagni delle figlie non faranno mai parte della famiglia: questa è una regola da rispettare per mantenere la grande famiglia unita. " Gli uomini passano, la madre resta" ripetono le madri alle figlie.

In una famiglia si possono trovare fino a quattro generazioni e a capo di essa vi è la dabu, la donna più abile, più saggia e in genere la più anziana. Trasmette il nome e i beni e gestisce l'economia familiare. La famiglia moso ha una struttura molto solida, direi perenne, e non si disgrega mai. Ciascuno vi trova il proprio ruolo, adempiendo il quale si sente responsabilizzato e, allo stesso tempo, protetto. Benchè ci siano ruoli maschili e ruoli femminili, non esiste assolutamente l'idea che questi siano inevitabilmente associati a un sesso in opposizione all'altro. Quella dei Moso è una struttura sociale fondata sull'eguaglianza complementare: i due ruoli non sono mai gerarchici e i due generi rimangono in perfetto equilibrio.

L'indivisibilità dei beni all'interno di una famiglia fa sì che un membro di essa non possa arricchirsi a discapito di un altro; tutti lavorano insieme per contribuire alla prosperità della famiglia, aiutandosi a vicenda e instaurando rapporti di solidarietà. Non esiste il mio o il tuo, esiste il nostro.

Inoltre, tutte le decisioni vengono prese all'unanimità dopo innumerevoli discussioni, a cui partecipano tutti i membri adulti della famiglia che terminano solo quando si arriva a un accordo. La dabu, considerata la persona più saggia, guida la discussione per raggiungere l'accordo, i suoi consigli e suggerimenti sono tenuti in grande considerazione. Sua è l'ultima parola in merito ad ogni decisione, non nel senso che essa ponga termine alla discussione con una decisione personale cui tutti devono piegarsi, bensì nel senso che a lei tocca l'onere di offrire una sintesi che tenga conto delle opinioni, dei bisogni e dei desideri espressi da ognuno dei componenti familiari.

La condivisione dei beni, unita alla complementarietà dei ruoli e allo sforzo di raggiungere un consenso decisionale ampiamente condiviso, fanno della comunità moso una società con un senso del rispetto e dell'uguaglianza assai profondo.

Un fattore che differenzia profondamente la comunità moso da molte altre è l'esclusione del matrimonio e della convivenza dallo stile di vita tradizionale. Anzi questi sono ritenuti un attacco alla famiglia stessa. La coppia è, infatti, semplicemente considerata troppo instabile per far coincidere amore, famiglia e coabitazione.

Ciò non significa che i Moso rinuncino all'amore, alle relazioni sessuali e alla procreazione. Al compimento del tredicesimo anno d'età, una grande cerimonia segna il passaggio dall'infanzia alla vita adulta. Sia le ragazze che i ragazzi ricevono il costume tradizionale che indosseranno per le feste e le cerimonie, oltre che per le danze serali, ma la ragazza riceve anche la chiave della sua "camera dei fiori" dove, quando si sentirà pronta, riceverà la persona di suo piacimento. Da questo momento comincia, sia per le ragazze che per i ragazzi, una nuova vita con un nuovo statuto sociale, con l'acquisizione del diritto di partecipare a tutte le attività familiari, sociali e amorose.

La separazione della vita familiare dalla vita amorosa, se da una parte consente la salvaguardia della famiglia, dall'altra garantisce a tutti, uomini e donne, una grande libertà in fatto di sesso. Questo tipo di struttura permette alle donne di avere il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e, poichè uomini e donne non vivono sotto lo stesso tetto, ma si incontrano nottetempo nella camera di lei, non si litiga mai per la precarietà della situazione economica familiare né per incompatibilità di carattere e tantomeno si entra in conflitto con i parenti del proprio partner.

Non si litiga nemmeno per l'educazione dei figli, che appartengono alla madre e alla famiglia materna, sono considerati la reincarnazione degli antenati, e sono educati da tutti i membri della famiglia con molta cura e con molto affetto. Inoltre, pur avendo un ruolo marginale e nessuna responsabilità materiale, il padre biologico può avere una relazione affettiva con i propri figli, che comunque non sono mai privati di una figura maschile con funzioni e responsabilità paterne, incarnata dallo zio materno, mentre nessun uomo è privato della sua funzione di padre, anche se non ha figli propri, poichè riveste le funzioni paterne nei confronti dei bambini delle sorelle. "I bambini sono tutti uguali e sono di tutti e devono essere educati allo stesso modo, con affetto e fermezza, trasmettendo loro i valori della nostra società", afferma un uomo sulla trentina che ha due figli naturali e si occupa dei sette figli delle sorelle. L'affetto per loro è lo stesso, cambiano solo le responsabilità materiali, ma di questo si occupano le rispettive famiglie.

Mancando matrimonio e convivenza non si danno casi di violenza coniugale e, in caso di separazione, non c'è nessun cambiamento di carattere materiale né per gli adulti né per i bambini. Il padre non potrà pretendere l'affidamento dei figli, la madre non sarà sola a educarli, il suo status economico e sociale non cambierà e i bambini non si accorgeranno nemmeno della separazione dei genitori, non cambieranno né casa né abitudini, ma continueranno a vivere in seno alla famiglia materna. Il padre, sebbene non abbia più una relazione amorosa con la madre, non interromperà il rapporto affettivo con i figli, li incontrerà quando vorrà e continuerà a dar loro consigli e regali. La separazione della coppia non implica il disfacimento della famiglia. In tal modo si evitano quei turbamenti psicologici che, nelle nostre società, vengono provocati dalle separazioni e che richiedono anni di psicoterapia per essere sanati.

La libertà sessuale, che nelle società patriarcali è stata sempre considerata fonte di disordine e di sconvolgimento degli equilibri familiari e sociali, qui garantisce equilibrio e armonia per tutti i membri della comunità. Come nell'ambito della famiglia estesa, anche nel campo delle relazioni amorose non esiste il concetto di proprietà privata. Tra i Moso nessuno pensa di appartenere alla persona di cui è innamorato e nessuno pensa di fare della persona amata la ragione della sua esistenza. Da qui un concetto di amore assolutamente disinteressato, non legato né alla classe sociale né alla situazione economica. Amore e sesso qui non vogliono dire possesso! L'amore inteso in questo modo lascia anche poco spazio alla gelosia, considerato un sentimento distruttivo, fonte di conflitti e di violenza, la cui esistenza nella nostra cultura patriarcale è giustificata dalla convinzione erronea che essa sia inscindibile dall'amore. I Moso arrivano a stigmatizzarla, la disprezzano e la condannano, irridendo chi si mostra geloso e accusandolo di contravvenire alle regole.

Tutti poi si guardano bene dal promettere fedeltà eterna, per cui un'infedeltà, anche se in un'unione stabile è considerata una trasgressione, viene tollerata. È piuttosto il ricorso alla violenza che fa perdere la faccia; ma se il proprio partner ha un incontro clandestino non è certo la fine del mondo. Sebbene nelle famiglie tradizionali moso la violenza solitamente non esista, si verificano dei casi sporadici, e qualora venga commesso un atto di violenza esso non viene occultato, ma reso pubblico, e viene offerta la mediazione di una persona reputata saggia. L'insuccesso della mediazione può dar seguito alla celebrazione di riti e se anche questi dovessero rivelarsi inefficaci, si propenderà per l'allontanamento dell'individuo violento con tutta la sua famiglia, che in questi casi è supposta non aver dato una buona educazione, conforme alle regole della comunità.

2. Aspetti politici, economici e spirituali

Anche la struttura politica, così come quella socio-familiare, è basata su un consenso decisionale ampiamente condiviso: una commissione amministrativa composta da uomini e donne ha il compito di fare da intermediaria fra gli abitanti e il capo del villaggio, ruolo riservato nella maggior parte dei casi ad un uomo, ma le donne non ne sono escluse. Quando si presenta un problema sociale, sono le dabu, le rappresentanti delle famiglie, che, dopo essersi confrontate con i membri adulti della propria famiglia, ne discutono ancora fra di loro e, quando arrivano a un'intesa, esprimono la loro opinione alla commissione amministrativa e al capo del villaggio, che ha il ruolo di coordinatore. La stessa cosa succede quando si tratta di raggiungere un accordo intercomunale fra i vari villaggi. In questo modo si pone un forte ostacolo allo sviluppo di gerarchie e al rischio che una minoranza resti inascoltata o ignorata.

Se elette capovillaggio, le donne spesso rifiutano l'incarico, per non aggiungere anche questa responsabilità a quella non meno importante di gestire la propria famiglia, che in genere è abbastanza numerosa, ma ciò non accade sempre. Attualmente, ad esempio, il capo di Lige, un villaggio diventato negli ultimi tempi molto turistico, è una donna.

Il concetto di solidarietà, su cui si fondano le relazioni familiari, è alla base anche della struttura economica tradizionale delle comunità Moso: un'economia del dono, secondo la definizione offertane da Geneviève Vaughan. Ricercatrice indipendente e femminista italo-americana, autrice del libro Per-donare. Una critica femminista dello scambio [2], G. Vaughan ci presenta un tipo di economia che è esistito ed esiste da millenni nelle società matriarcali, in cui il soddisfacimento dei bisogni non passa attraverso l'appropriazione privata né attraverso il profitto, non genera contrapposizione e divisione coatta del lavoro tra uomini e donne, né divisioni della popolazione in ricchi e poveri.Anche in questo campo quindi si riflette il principio etico della logica materna, che viene applicato in ogni sfera della società. Malgrado il turismo abbia già cominciato ad essere la risorsa economica principale nei due villaggi di Luoshui e di Lige, alcune attività, come il trasporto dei passeggeri in barca, sono ancora oggi basate sulla solidarietà collettiva: dopo aver dato a tutti le stesse opportunità di lavoro, i proventi vengono divisi equamente fra tutte le famiglie del villaggio. Sebbene le famiglie moso si attengano ancora ad un comportamento orientato ad evitare l'arricchimento di alcune famiglie a discapito di altre, il divario economico fra le famiglie e fra i villaggi turistici e quelli rurali sta diventando sempre più evidente. Le attività legate al turismo non sono però ancora riuscite a soppiantare l'agricoltura e l'allevamento di maiali e capre, che restano le attività più diffuse, inseme alla tessitura e alla fabbricazione di gioielli d'argento.

L'aspetto spirituale è forse quello che, più di ogni altro, contribuisce a creare e mantenere l'armonia fra uomini e donne, adulti e bambini, giovani e anziani. E' l'energia che connette tutti gli aspetti della comunità. La religione praticata dai Moso è il buddhismo tibetano, ma di fatto non hanno mai rinunciato al loro sciamanesimo primitivo, tanto che spesso lama e daba, i preti sciamani, si ritrovano insieme ad officiare le stesse cerimonie religiose.

Credere negli spiriti della natura e nella divinità delle montagne, considerare la natura sacra e rispettarla come tale, fa sì che i Moso riescano anche a preservare dalla distruzione e conservare intatti per le generazioni future gli ambienti in cui abitano. La venerazione che i Moso hanno per la natura e la loro spiritualità si riflettono in ogni piccolo gesto quotidiano; ne sono un esempio il fatto che percorrano avanti e indietro le strade dei villaggi girando i loro mulini di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura e che girino attorno allo stupa (monumento funerario) più volte al giorno. Ma soprattutto vengono fatte offerte quotidiane agli antenati sull'altare di casa prima del pranzo o della cena e tutte le dabu partecipano al ritiro spirituale nell'isoletta di Liwubi in mezzo al lago. La venerazione della natura trova il suo culmine nel pellegrinaggio alla grande dea creatrice e protettrice di tutti i Moso: Gammu, la montagna sacra.

I lama mai sarebbero riusciti a convertire i Moso, se non avessero accettato di integrare il culto di Gammu nei propri riti. Ogni anno, nel venticinquesimo giorno del settimo mese del calendario lunare, tutti i Moso in costume tradizionale si recano in pellegrinaggio ai piedi della montagna per venerare con canti e danze la loro protettrice e propiziarsi la dea, "perchè se Gammu è contenta, il raccolto sarà abbondante, non ci saranno né uragani né alluvioni e tutti i campi saranno protetti" mi dice una donna. Gammu, in realtà, simboleggia i diversi aspetti della natura; quelli benefici certo, ma anche i rischi e i pericoli: così come può assicurare raccolti abbondanti, può anche provocare tempeste, siccità, carestie e alluvioni

. Il divino è, per la religiosità dei Moso, un principio immanente alla natura, non trascendente ad essa. Tutta la natura è sacra e la divinità è donna: il lago in lingua moso si chiama Shinami, cioé "lago madre". A Gammu, la grande Dea creatrice, si riconosce la funzione partenogenetica, la creazione dal nulla, e alla donna si riconosce la funzione della continuità della vita, una funzione creatrice che fa della sacralità, della natura e della donna, una sola entità.

Da questo principio, che viene riconosciuto da tutti, uomini compresi, scaturisce un grande rispetto per le donne. Qui le donne non vengono violentate o uccise, i bambini non vengono maltrattati o abusati, le persone anziane non vengono abbandonate a se stesse. La nascita di una figlia femmina presso i Moso è una grande benedizione e non una disgrazia, al contrario di quanto avviene nel resto del paese e in molti altri paesi in cui la predilezione per i figli maschi è un fatto normale.

Conclusioni

Nel suo assetto tradizionale, quella dei Moso si presenta come una società in grado di preservare la pace, dentro e fra le diverse famiglie e i diversi villaggi, preferendo la tolleranza e l'autocontrollo, relazioni umane e sociali solidali, alla violenza e agli attacchi di gelosia. Una società nella quale domina una visione serena dell'amore e del piacere sessuale, dove le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e sono il fulcro della vita familiare e sociale, senza bisogno di opprimere l'altro sesso, ma condividendo con questo gli incarichi di responsabilità.

Ciò non significa che la società dei Moso sia immune da ogni genere di problema, ma è senz'altro opportuno riflettere sugli aspetti della sua singolare organizzazione che consentono una vita certo più armoniosa di quella che le nostre società riescono a offire. Si tratta di un altro modo di concepire la vita, la famiglia, il rapporto uomo-donna. È solo una visione del mondo diversa dalla nostra. Un mondo in cui maschile e femminile non sono contrapposti, ma si completano e si rafforzano a vicenda.

Il rispetto per la persona e la natura, l'economia del dono e la cura della vita sono valori tradizionali che vengono trasmessi dalle madri ai figli, siano essi femmine o maschi, e di generazione in generazione. Essi sono alla base dell'educazione dei Moso e fanno sì che le relazioni interpersonali, di coppia e fra famiglie, siano prevalentemente armoniose, o consentano risoluzioni non violente dei conflitti. La società dei Moso è, pertanto, come tutte le altre società matriarcali, una società di pace, una comunità che, nel 1995, in occasione del 50° anniversario dell'ONU, è stata definita dalla ONG Friends of The United Nations una società modello, capace di offrire soluzioni positive e pratiche a problemi difficili e di fornire alle altre comunità e alle Nazioni Unite una lezione cui ispirarsi. Tuttavia, purtroppo, finora, in nessuno dei paesi che aderiscono all'ONU l'esempio solidale e pacifista delle società Moso sembra oggi riuscire ad attecchire, a suggerire sul piano dell'organizzazione economica e politica, dei rapporti tra uomini e donne, del rispetto della vita e della natura soluzioni meno distruttive. Il rischio palese, per i Moso, come per tutte le società egualitarie ancora esistenti, è, piuttosto che accada il contrario: che esse siano fagocitate dai sistemi di potere e dai modelli di vita dominanti.

Lo stile di vita tradizionale è tuttora praticato nella maggior parte dei villaggi moso, ma in alcuni villaggi, quelli più turistici (che sono ancora in netta minoranza), sono già tangibili i segni di imminenti cambiamenti. Ogni giorno gruppi di turisti invadono i due villaggi di Luoshui e di Lige; qui immigrati Han continuano ad aprire negozi di souvenir, investitori taiwanesi hanno già cominciato a costruire hotel di lusso con vista sul lago, e un'autostrada che collega l'aeroporto di Lijiang al lago Lugu è stata appena costruita per facilitare l'accesso dei turisti, mentre i giovani dei villaggi poveri emigrano verso le grandi città in cerca di lavoro.

La società moso è una società ancestrale, che esiste da almeno duemila anni, una società che ha manifestato una tenacia e una resistenza in tutte le situazioni storiche che si sono presentate, e ha resistito a tutte le pressioni del governo cinese, che ha sempre considerato lo stile di vita moso come improntato al libertinaggio e alla promiscuità, e ha cercato in tutti i modi di imporre il modello patriarcale dominante.Resisteranno i Moso anche alle nuove influenze negative esterne, fino a poco tempo fa estranee alla loro cultura?

[1] F. ROSATI FREEMAN, Benvenuti nel paese delle donne. Xledizioni, Roma 2010.
[2] G. VAUGHAN, Per-donare. Una critca femminista dello scambio. Meltemi Editore, Roma 2005. Vaughan contrappone questo tipo di organizzazione economica, basata sul "paradigma del dono", orientata a sopperire al bisogno e non a quantificare e mercificare ciò che viene dato, a quella del libero scambio, oggi dominante.

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Pubblicato in Etologia ed etica ISBN 978-88-548-5204-4 DOI 10.4399/978885485204417 pp. 219-231 (ottobre 2012)

 
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