Interviste Difettose: Francesca Rosati Freeman

del 14/07/2017

di Elena Ciurli

donnedifettose.com

La protagonista di questo appuntamento di Interviste Difettose è l’autrice, formatrice e documentarista Francesca Rosati Freeman, che ci porterà in una dimensione molto particolare: il mondo delle donne.
Francesca ha visitato più volte il paese dei Moso e ha fatto una ricerca sul campo inerente alla cultura e ai costumi di questa società matriarcale per più di dieci anni.
Nel 2010 ha pubblicato Benvenuti nel paese delle donne (XL Edizioni, Roma) e nel 2015 ha pubblicato Sur les rives du lac Mère (Ed. Tensing, Paris), che è una traduzione del precedente, ma con aggiornamenti vari. Ha realizzato con Pio d’Emilia il documentario Nu Guo. Nel Nome della Madre, selezionato in diversi festival e premiato dal Pubblico al Festival International du Cinéma d’Asie de Vesoul, Francia, 2015.
Le abbiamo fatto alcune domande per riuscire a mettere in luce questo affascinante pezzo di mondo al femminile...(leggi testo completo).

 
     
 

I Moso: una società senza mariti e senza mogli

del 01/01/2017

di Beatrice

conoscenzealconfine.it

La società matriarcale dei Moso si distingue da altre società simili perché non pratica il matrimonio.

Chi sono i Moso e dove vivono? «I Moso sono una minoranza etnica matriarcale e matrilineare, che vive nello Yunnan» (yun = nuvola; nan = sud), provincia sud-occidentale della Cina, situata ai piedi dell’Himalaya, ai confini con il Tibet, in un paesaggio di valli e montagne attraversato dal fiume Yangtze. Un’unica strada conduce al lago Lugu, “lago Madre” nella lingua dei Moso, a 2.700 metri sul livello del mare.

A 300 km vive la società dei Naxi (si pronuncia “nasci”), imparentata con i Moso, ma occorrono 7 ore di auto per arrivarci. Originariamente anche i Naxi erano una società matriarcale: ma non lo sono più da alcuni secoli, perché, più esposti dei Moso all’influenza delle varie dinastie imperiali cinesi che si sono succedute e che hanno imposto le loro leggi, compreso l’obbligo del matrimonio. Anche ai Moso fu imposto il matrimonio,
ma con la morte di Mao Tse Tung, la prescrizione non fu più osservata e si tornò all’usanza matriarcale...(leggi testo completo)

 

 
     
 

21ème édition du Festival International des Cinémas d’Asie : jour 7 et bilan

del 21/02/2015

di Yanick Ruf - cinealliance.fr

 

Dernier jour de cette 21ème édition du Festival International des Cinémas d’Asie de Vesoul. Une certaine nostalgie commence à s’insinuer chez les festivaliers assidus.... On commence par Bwaya, un film philippin qui nous fait doublement trembler de part son sujet, une attaque de crocodile et par le fait qu’il s’agit d’un fait divers réel! Incroyablement mis en scène, ce film nous force à prendre conscience de la vie de ce « peuple de l’eau» Apres une bonne raclette pour se restaurer, on enchaîne sur Blind Shaft , un film chinois dans lequel on va suivre deux truands qui vivent d'arnaques aux assurances. Première scène incroyable qui nous surprend et un final qui jouera le jeu de l'arroseur arrosé [...]

 

Festival international des Cinémas d'Asie de Vesoul (du 10 au 17 février 2015)

30.000 spectateurs pour cette 21ème édition du FICA avec une nette hausse des festivaliers hors scolaires.  

PRIX DU PUBLIC DU FILM DOCUMENTAIRE
Offert par la Communauté d'Agglomération de Vesoul

NU GUO, AU NOM DE LA MERE
de Francesca Rosati Freeman et Pio d'Emilia (Chine, Italie, Japon)  

 

cinealliance.fr/26056-21eme-edition-du-festival-international-des-cinemas-dasie-jour-7-et-bilan.html
cinemas-asie.com/fr/espace-pro/communiques-de-presse/244-palmares-du-21eme-fica.html

 
     
 

Storie di donne: Francesca Rosati Freeman.
Francesca e la sua vita con le donne Moso

del 10/10/2014

di Valentina Roselli

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Francesca Rosati Freeman è nata a Trapani e si è laureata a Palermo in lingue straniere moderne. Insegnante di francese per gli italiani residenti in Svizzera ha   lavorato per l'Antiracism Information Service con sede a Ginevra.  Nel 2004 ha scoperto un gruppo di donne nel Sud-Ovest della Cina, sui contrafforti dell'Himalaya  al confine con il Tibet (2700m. di altitudine) che le hanno fatto intravedere nuovi orizzonti.  "Essere venuta a conoscenza dell'esistenza di una società in cui le donne erano valorizzate rispetto alle società patriarcali e che godevano di diritti e di libertà generalmente negati alle donne delle altre società, mi ha fatto venire un grande desiderio e una grande curiosità di andarle a vedere. Ero curiosa di scoprire come vivono uomini e donne in una società matriarcale, dove le coppie non abitano sotto lo stesso tetto, dove i figli appartengono alla madre.  Volevo scoprire come si vive fuori dai condizionamenti del matrimonio e in che maniera gli uomini accettano il ruolo guida delle donne. Ecco, volevo capire quali sono i valori fondanti di una società al femminile, cioè centrata attorno alle madri e soprattutto ai valori del materno ed è dopo un anno di riflessioni, appunti e documentazioni varie che nel 2005 sono partita all'incontro delle donne Moso...

http://www.notizienazionali.net/notizie/dal-mondo

 
     
 

Un documentario sui Moso, comunità modello di uguaglianza e pace.

del 31/07/2014

di Ufficio Stampa Fermo

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L'associazione culturale Pachamama, in collaborazione con l'associazione Il Bianco, invita tutti domenica 3 agosto alle 21 a Villa Baruchello di Porto Sant'Elpidio per la proiezione del documentario "Nu guo - Nel nome della madre. Una società senza violenza è possibile", della documentarista Francesca Rosati Freeman, presente all'evento, e del giornalista Pio d'Emilia.

PORTO SANT'ELPIDIO (Fm) - Un'occasione per conoscere e riflettere su un altro modello sociale, a struttura matriarcale e ugualitaria, più equo, sostenibile e pacifico. Domenica 3 agosto alle ore 21 a Villa Baruchello di Porto Sant'Elpidio, sarà proiettato il documentario "Nu guo - Nel nome della madre. Una società senza violenza è possibile", dedicato alla comunità asiatica dei Moso, realizzato da Francesca Rosati Freeman, formatrice e documentarista, che sarà presente all'evento, e dal giornalista Pio d'Emilia, corrispondente dall'Asia per testate nazionali. L'iniziativa è promossa dall'associazione culturale Pachamama, con il patrocinio del Comune di Porto Sant'Elpidio e la collaborazione dell'associazione Il Bianco, il Centro d'arte e cultura La Tavolozza e il CSV Marche (Centro servizi per il volontariato). L'ingresso è libero, per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina facebook dell'associazione...

http://www.csv.marche.it/web/index.php/notizie/ultime-notizie/item/14212-un-documentario-sui-moso,-comunit%C3%A0-modello-di-uguaglianza-e-pace

 
     
 

Nuguo - Nel Nome della Madre - recensione.

del 14/07/2014

di Aurora Tamigio

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Francesca Rosati Freeman e Pio d'Emilia, scrittrice e antropologa la prima, trentennale corrispondente dall'Estremo Oriente il secondo, esordiscono al documentario per raccontare i Moso, gruppo etnico non riconosciuto dalla Cina, che da secoli vive in pace nel sud-est asiatico, in una singolare società matriarcale in cui solo le donne hanno un ruolo rilevante.

Nella lingua dei Moso, laghi e montagne sono parole al femminile. Così come femminili sono le espressioni "pace" e "vita" e quasi tutti i vocaboli che hanno a che fare con significati affini. I Moso - 40mila persone stanziate in una manciata di villaggi attorno al lago Lugu, a cavallo delle due regioni dello Yunan e del Sichuan - semplicemente riconoscono nella donna l'origine e il principio della creazione e di conseguenza, oltre a concederle il massimo rispetto, attribuiscono solo a lei valore politico. Da stessa dichiarazione di Francesca Rosati Freeman...

http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-nuguo-nel-nome-della-madre.html

 
     
 

La società matriarcale dei Moso.

del 28/06/2014

di Rossella Grenci

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Vi presento Francesca Rosati Freeman e la sua esperienza con i Moso. Una donna che si è impegnata nel sociale per tanti anni e che si è appassionata alla storia dei Moso, una società matriarcale che vive sulle pendici dell'Himalaya.

Francesca si è già recata sette volte sul posto e ha organizzato dei viaggi di piccoli gruppi per quelle donne desiderose di scoprire come sia possibile una vita diversa in cui le donne sono valorizzate e gli uomini non sono oppressi. Ha intervistato, fotografato e filmato gli abitanti realizzando un piccolo documentario che è stato selezionato al Mosuo Film Festival in Cina nel 2006 e proiettato in Francia, in Svizzera e in Italia. Nel 2010 ha pubblicato il libro "Benvenuti nel paese delle donne : un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, una società matriarcale senza violenze né gelosie".

Nel 2013 ha realizzato assieme al giornalista- reporter Pio D'Emilia il documentario "Nu Guo - Nel Nome della Madre".
Sulle usanze e tradizioni della società matriarcale dei Moso, composta da una minoranza etnica di circa 50.000 persone e stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, ho avuto modo di svolgere, per sette anni, un'indagine sul campo i cui risultati sono raccolti nel volume Benvenuti nel paese delle donne...

https://occhiditerra.wordpress.com/2014/06/28/la-societa-matriarcale-dei-moso/

 
     
 

Nel nome della madre. Il lotus birth in una società matriarcale.

del 09/06/2014

di Elena Skoko

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Ho incontrato Francesca Rosati Freeman, la regista del film “Nu Guo – Nel nome della madre”, nonché autrice del libro "Benvenuti nel paese delle donne: un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, una società matriarcale senza violenze né gelosie" (XL Edizioni, 2013).

Francesca è studiosa dei Moso, una delle minoranze etniche in Cina, che vivono tutt'oggi secondo i principi matriarcali, matrilineari e matrifocali (per approfondire i temi riguardanti il matriarcato vi invito alla lettura del libro Le società matriarcali di Heide Göttner-Abendroth, Venexia, 2013). Dopo la visione del documentario al museo Maxxi a Roma il 23 aprile 2014, ho avuto modo di parlare con Francesca e farle delle domande che riguardano soprattutto l'ambito della gravidanza, del parto e dell'allattamento...

http://partocantato.blogspot.it/2014/06/nel-nome-della-madre-il-lotus-birth-in.html

 
     
 

Il Messaggero.

del 08/05/2014

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http://issuu.com/krocrock/docs/2014.05.08.il.messaggero

 
     
 

Festival della complessità - NU GUO – Nel nome della Madre

dal 08-22/05/2014

di oggiroma.it

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[...] Il documentario racconta la storia dei Moso, una minoranza etnica (circa 40 mila persone) che vivono in vari villaggi attorno al lago Lugu, nella regione dello Yunan, sud-est della Cina. La loro società è rigorosamente matriarcale e matrilineare: non esiste il matrimonio e nemmeno una vera e propria convivenza. La famiglia Moso vive in una grande casa e vede al suo vertice la dabu (madre anziana). Nella casa vivono anche tutte le figlie e i figli. La successione è matrilineare, ma non necessariamente verso la primogenita: è la dabu che, nel tempo, sceglie la figlia più adatta a succederle. Le donne adulte hanno a disposizione una loro camera (la camera dei fiori) dove si intrattengono con i loro partner, generalmente solo durante la notte...

http://www.oggiroma.it/eventi/rassegne/festival-della-complessita/

 
     
 

Ma quant’è grande il piccolo mondo dei Moso.

11 Aprile 2014

di Iole Natoli

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Nello Yunnan, in luoghi di straordinaria bellezza sulle pendici dell'Himalaya e ai confini del Tibet, vive da millenni a 2.700 metri di altitudine la comunità Moso, a struttura matriarcale e ugualitaria.
Amore per la natura, sacralità della vita, osservazioni e testimonianze dirette pongono in luce l'assenza di violenza.
Quali fondamenti societari hanno consentito sino ad oggi a circa 50.000 persone di vivere gioiosamente e in armonia?
Risponderà ai numerosi interrogativi la studiosa e documentarista Francesca Rosati Freeman, autrice del libro Benvenuti nel paese delle donne...

http://femminismi-confronto-work.blogspot.it/2014/04/societa-viaggio-in-una-comunita.html

 
     
 

Il punto di vista di un uomo “Nel Paese delle Donne”

28 Febbraio 2013

di FRANCESCO VICARI

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Se si avesse la voglia di apprezzare la bellezza del silenzio e l’immensità di una pausa si potrebbe catturare un attimo da aggiungere allo scorrere della vita. Sarebbe un attimo rubato alla nevrosi e al contagio della frenesia metropolitana. Ci si renderebbe conto che dove si nasce, ciò che si è, ciò che si fa, non è l’ombelico del mondo. Ma altri mondi esistono nel nostro mondo e nel nostro tempo, percepito e reale. Negli stessi istanti, anche se in cuori e battiti diversi.
Il libro di Francesca Rosati Freeman dà il benvenuto in un altro paese. Un mondo piccolo e grande. Il libro guida dentro in punta di piedi. Le pagine si popolano di donne, visi, ambienti di vita, compiti, doveri, responsabilità, usi e costumi. Le parole diventano un viaggio oltre il viaggio. Verso e dentro le donne. Un mondo di donne.
Si è accompagnati delicatamente verso un mondo al femminile. Un mondo che si potrebbe definire femminista, ma senza il femminismo. Per immaginare di entrarvi bisogna fare uno squarcio nella pelle che avvolge la propria cultura per vedere un piccolo mondo appeso ad un filo di orizzonte steso tra occidente e oriente. Lo scorrere delle parole guida, pone interrogativi, sollecita e stimola la curiosità.

Le parole sono delicate. Uno zoom puntato sulle immagini di paesaggi, di visi, di rughe del tempo. Si viaggia insieme alle parole e appesi alle pagine. E gradualmente, il libro diventa una telecamera che filma un mondo prima sconosciuto, pagina dopo pagina, come fotogramma dopo fotogramma.
Il libro si trasforma in uno specchio introspettivo. Uno strumento per guardarsi dentro. Un’auto-intervista. Con lo sguardo verso un altro mondo dove amore, interesse, sesso, procreazione, solidarietà, collettività, convivono senza istituzioni sociali (es. matrimoni) come conosciute in occidente. Un altro tipo di famiglia, coppia, unione, vecchiaia, solidarietà, società. Nessun mito, nessuna utopia, ma un’altra angolazione, di un piccolo mondo visto da ovest.
Talvolta, si avverte una strana sensazione di vivere due mondi contemporaneamente, di fare due viaggi paralleli: uno con il proprio “essere” a ponente e uno con l’immaginare di “essere” a levante.
La vita, il tempo, la cultura occidentali hanno modellato un genere maschile, hanno dato una scorza. Immaginare di trovarvisi dentro, di esserne lo scorrere maschile della vita dà un senso di smarrimento.
I Moso si trasformano in un paradigma. Da due diverse angolazioni le auto-riflessioni sulla possessività, la proprietà, la solidarietà, la gelosia, le relazioni di coppia, l’istituzionalizzazione delle unioni, l’amore filiale, la vita sessuale, la famiglia, la vecchiaia, il rispetto, il senso dell’abbandono, la separazione, il fallimento, il senso della collettività. Un viaggio dentro una rassegna di fattori generatori di conflitti e violenze. Impensabile, in occidente, cercare di immaginare, ad esempio, una linea di separazione tra gli interessi economici, i sentimenti, le unioni, come avviene invece naturalmente tra i Moso.
Quasi automatici i parallelismi occidente/oriente sulle esigenze di protezione sociale, quali ad esempio i periodi di massima vulnerabilità della vita - infanzia e vecchiaia. In mosolandia lo scudo della famiglia allargata è un guscio protettivo, uno scudo che fa si che gli asili nido, gli orfanotrofi, gli ospizi, le case famiglia non trovino cittadinanza nemmeno nel vocabolario. E ancora la mosolandia non potrebbe essere la massima aspirazione, la patria agognata o la terra promessa degli avvocati matrimonialisti, dei giornalisti dello scandalo e del pettegolezzo. Infatti sul versante della vita di coppia, le unioni itineranti e le visite notturne segrete (nana sese) nella cultura occidentale sarebbero state oggetto di morbosità, voyeurismo, gossip, pettegolezzo, scandalo. Quel modo di amarsi (es. unioni itineranti, nana sese), quel modo di incontrarsi – rispettoso, discreto e furtivo - sarebbe potuto diventare una raccolta di piccanti storielle boccaccesche. In questo campo Boccaccio ha avuto la grande fortuna di non nascere tra i Moso. Da narratore di successo di storielle piccanti e di vizi italiani dell’epoca, in mosolandia “paese delle donne”, Boccaccio avrebbe avuto un più umano e umile destino. Ciò ci avrebbe privato, ahinoi, del suo Decamerone e dei suoi tanti straordinari personaggi e dei loro vizi del tempo ancora oggi molto attuali. Sul versante dell’organizzazione socio-economica di questo paese di donne restano scolpiti i primi cambiamenti, sicuramente naturali e ineluttabili (forse come la storia del mondo) derivanti dalle prime esperienze di una diversa distribuzione del reddito. Il “dollaro”, in parte, sembra diventato e può diventare uno spartiacque della storia e della cultura anche di questo popolo. Tra qualche anno sarà più che mai necessario confrontare l’attuale società Moso dopo l’avvento di una nuova religione. Il culto del dio denaro. I Moso a.d.d. (ante dio denaro) e i Moso d.d.d. (dopo il dio denaro).

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Benvenuti nel paese delle donne

Anobii.com - 30 Settembre 2012

di MICAELA BALìCE

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Con la guida attenta ed amorevole di Francesca Rosati Freeman sarete davvero i Benvenuti nel paese delle donne : una piccola regione nello Yunnan, Cina, dove vive la società Moso definita "Comunità modello delle Nazioni Unite" nel 1995.

La Rosati Freeman ci guida, con uno stile narrativo e documentaristico, all'interno dei villaggi abitati da questa popolazione che ha come caratteristica principale quella di essere centrata sul ruolo femminile e non maschile: le famiglie sono matrifocali e matrilineari e non esiste il matrimonio.
L'unione itinerante (spesso confusa se letta con i nostri stereotipi con il libertinaggio) è la scelta consapevole di dividere il lato affettivo e sessuale da quello economico - familiare.

Il compagno fa discrete visite alla propria compagna le notti e di mattina ritorna alla casa materna.
In questa società i figli sono dunque tutti ben accetti: il padre biologico visita e dà consigli ai propri figli ma si prende cura economicamente ed affettivamente dei figli delle sorelle nella casa materna.
Non esiste violenza sulle donne, la gelosia viene derisa, le unioni sono libere e possono durare una vita come una notte sola, ma sopratutto sono basate sull'amore sincero e l'attrazione.
Non esiste il divorzio e, per la delusione dei turisti, le donne Moso non son per nulla disposte ad aprire la loro "stanza dei fiori" agli estranei.

Conclude il testo una breve dissertazione sulla definizione di matriarcato, importante per uscire da una lettura convenzionale del termine e aprirsi ad un significato di potere femminile che non è la banale replica di quello maschile ma con diverso genere: le società Moso sono matriarcali perché il potere economico è nelle mani delle donne ma non c'è subordinazione del maschio, violenza sul maschio e le decisioni sono comunque e sempre collettive.

La Rosati Freeman ci consente così di conoscere a fondo questa cultura millenaria a rischio di estinzione perché anch'essa toccata in questi ultimi anni dalla mano accattivante del progresso.

Nel testo emergeranno i cambiamenti, le contraddizioni, i timori, le conquiste ma sopratutto emergerà l'importanza dell'apertura ad un confronto e dibattito su un possibile diverso modello sociale basato sull'eguaglianza di genere e sul superamento degli stereotipi che vincolano le donne, nelle nostre culture "sviluppate" e "civili", a ruoli subordinati e che le rendono perennemente a rischio (o spesso soggette) a violenza sia fisica sia psicologica.

Materia per antropologi, arricchimento culturale per i lettori, stimolo intenso di dibattito per chi vuole riflettere su nuovi modelli sociali equi, sostenibili, pacifici.
Un libro davvero prezioso.

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“Libertà”

del 20/03/2012

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Tutti i segreti del potere al femminile "Comandare significa condividere"

La Stampa.it, cultura - intervista 17 Marzo 2012

di LAURA PREITE

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La studiosa Goettner-Abendroth racconta la divisione dei ruoli e l'amore quando le donne governano: «Decisioni orientate al bisogno»

A Torino, fino a domenica si svolge al Palaginnastica, il convegno internazionale "Culture indigene di pace, donne e uomini oltre il conflitto" organizzato dall'associazione Laima, con il patrocinio dell'assessorato Pari opportunità del Comune e della Regione. Al convegno, a cui si sono registrate oltre 300 persone provenienti da tutta Italia, partecipano studiose da tutto il mondo, come la filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth. Goettner-Abendroth ha 61 anni ed è fondatrice dell'Accademia di studi matriarcali, che ha sede in Baviera ed è una delle maggiori esperte di questo tipo di società.

Quali sono le caratteristiche di un'organizzazione matriarcale?

«Intanto bisogna distinguere tra società matriarcale e matrilineare. Nella prima la donna, la madre, è al centro, nella seconda si segue solo la linea di sangue della madre (per esempio tra gli ebrei, ndr) ma le donne non hanno alcun potere. Le società matriarcali non sono lo specchio di quella patriarcale in cui viviamo, come si può pensare, dove le donne comandano e gli uomini subiscono. La donna non ha alcun potere come lo possiamo intendere noi. Tra le Moso (o Mosuo), in Cina o gli Irochesi in Nord America, le donne possiedono i beni strategici, le case, i terreni, danno ai figli il proprio nome, ma condividono tutto ciò che possiedono. Inoltre, le decisioni sono prese dalla "Madre del clan", con il consenso di tutto il gruppo».

Come sono divisi i ruoli di genere all'interno di tali gruppi?

«Sono società egualitarie, dove entrambi i sessi sono valorizzati, senza prevaricazione. Tra i Moso le donne lavorano nei campi e gli uomini escono a pescare o a commerciare. Poi i beni sono consegnati alla "madre", la donna più anziana del clan, che li divide tra i tutti i membri, secondo i bisogni di ciascuno. La differenza principale con la nostra società occidentale è che sono orientati al bisogno e non al potere. Gli uomini sono importanti sul piano economico tanto quanto le donne».

Le relazioni famigliari sono molto diverse. In che senso?

«Non esiste il matrimonio, né obblighi per i partner. La sessualità e l'amore sono tenuti in grande considerazione e le donne godono della massima libertà, di scegliersi il partner che preferiscono e di cambiarne tanti quanti ne desiderano nel corso della vita. Se nasce un figlio, viene cresciuto dalle donne del clan, insieme ai fratelli della madre, gli zii, e alle sorelle. Da noi le famiglie sono formate solo da due genitori, magari con background diversi, e ciò può provocare tensione e violenza. Nei clan, invece, nessuno è lasciato da solo con i propri problemi e i conflitti sono risolti con il consenso, grazie alle negoziazioni gestite dalla Madre. La pace è il valore supremo, se non si riesce a trovare una soluzione si crea un rituale per risolvere l'intoppo».

L'omosessualità è accettata?

«Gli ambiti di attività, i compiti sono fissi per i due sessi, ma gli individui sono liberi di passare da una sfera all'altra e di scegliere amanti dello stesso sesso».

La spiritualità è molto importante, che tipo di religione viene praticata?

«Si trovano spesso diversi strati di religione accumulati nel tempo ma c'è sempre la venerazione e il rispetto per la natura, che è sacra. I Moso sono buddisti ma venerano il lago Lugu, sulle cui sponde vivono, chiamandolo "la madre". È una religione immanente e non trascendente, che rispetta tutto ciò che c'è nel mondo».

Quali sono le differenze che ha notato incontrando e studiando le ragazze Moso, rispetto alle teenager occidentali?

«Sono molto grandi. Le Moso sono sicure di sé, forti e generose, senza alcun segno di timidezza. Hanno voluto essere intervistate in gruppo, decidendo insieme quale fosse la risposta più opportuna alle mie domande. La solidarietà è molto importante ed è ciò che dona loro sicurezza. Nella nostra società una teenager è o timida o strafottente. Sono due estremi di cui le ragazze Moso non hanno bisogno».

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“La Sicilia” del 13 Marzo 2012

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“Il Ponte” del 03 Marzo 2012

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“La Sicilia ” del 02 Marzo 2012

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“Gazzetta di Parma” del 22 Gennaio 2012

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Un mondo senza padri e mariti

minitrue.it Blog , Categoria Cultura & Società - 11 Novembre 2011

di Ottavina Reale

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Per il popolo dei Moso la famiglia è importante. Talmente importante da proteggerla mettendo al bando il matrimonio e la convivenza.

I Moso costituiscono una etnia millenaria che vive sull’ Himalaya, nella provincia cinese dello Yunnan, ai confini con il Tibet. La difficoltà di raggiungere quei villaggi sperduti a 2.700 metri di altezza li ha per secoli preservati da influenze esterne, mantenendo intatta un’ organizzazione sociale matrilineare, dove i ruoli fra i sessi sono complementari e mai gerarchici, dove i bambini sono patrimonio comune e gli anziani non sono mai abbandonati. I Moso sono una società egualitaria. Diversamente da quello che accade da noi, però, sono le femmine a trasmettere il nome e i beni. Tutti i discendenti dal ramo materno – uomini e donne, adulti e bambini – vivono insieme nella stessa casa e si proteggono, si aiutano e si sostengono. Questa è la “famiglia”, che per i Moso è sacra ed è la base inviolabile della società.

Come funziona tecnicamente? Al raggiungimento dell’età adulta i maschi hanno, fra gli altri, il compito fondamentale di vigilare su tutti i componenti del nucleo familiare, e su tutti i bambini che vi nascono. La sera i maschi continueranno a dormire nella stanza comune. Oppure passeranno la notte presso un altro nucleo familiare, nella stanza della donna che vorrà accoglierli. Infatti, la femmina in età adulta riceve, nel corso di una cerimonia suggestiva, la chiave della sua stanza, che da quel momento diventa suo santuario personale. In quel luogo potrà accogliere per la notte il compagno scelto ogni sera durante la danza rituale. Potrebbe trattarsi di un compagno nuovo ogni volta. Oppure sempre dello stesso, perché anche presso i Moso l’amore esiste, come dappertutto. Esistono relazioni stabili, basate sul rispetto e l’affetto reciproci. Semplicemente, viene separata la vita familiare dalla vita amorosa: per i Moso, anche dal punto di vista linguistico, non esiste l’idea del “mettere su famiglia” quando due giovani si piacciono. La relazione amorosa si basa sulla formula “io ti amo ma non sono tuo, tu mi ami ma non sei mia”. All’interno di questa formula, il concetto di appartenenza all’altro viene annullato, la violenza coniugale è sconosciuta, la gelosia derisa come un’aberrazione. Viene invece garantita la protezione di ogni singolo individuo, che mai sarà manchevole di una casa, di una identità sociale, di un nucleo familiare che si prende cura di ogni figlio che viene al mondo.

Dal nostro punto di vista occidentale siamo abituati a pensare che quello che succede nel grande (la politica, la società, il governo), sia lo specchio di quello che succede nel piccolo (a casa nostra, in famiglia, nel luogo di lavoro). Allora, che cosa ci possono insegnare i Moso?

Per esempio ci insegnano che può esistere un sistema che non produce quei conflitti e quelle violenze fra i sessi che da noi comunemente vengono attribuiti alla “natura umana”. I Moso hanno inventato un modello sociale che li mette al riparo dalla violenza, dal meretricio, dalla prostituzione, dalla corruzione sessuale. Noi italiani in particolare dovremmo riflettere sul fatto che presso un popolo in cui non c’è nulla da vendere – e quindi non c’è nulla da comprare - niente dell’immondizia che ha caratterizzato la nostra politica negli ultimi anni sarebbe mai potuta accadere.

I Moso sono una fucina di idee pericolose: non desta stupore il fatto che a partire dalla Rivoluzione Culturale il governo cinese maoista abbia imposto il matrimonio come forma di controllo sociale. La “normalizzazione” non è forse il primo cardine del processo di annullamento di una cultura?

Fra alterne vicende i Moso sono sopravvissuti fino a noi. Dagli anni Novanta però, il loro luogo di origine è facilmente raggiungibile da turisti e curiosi, con un proliferare di viaggi organizzati che offrono visite guidate a quello che, con marketing pruriginoso e in palese malafede e’ stato definito il “paese della promiscuità sessuale”.

E’ probabile che ai Moso non resti molto tempo: dove non è riuscito il maoismo riuscirà la globalizzazione, e forse questa cultura è destinata ad estinguersi nel tempo di un sospiro. A noi resta il privilegio di averli conosciuti. E ci resta la gratitudine verso quei viaggiatori che ci hanno fatto conoscere la loro storia.

In lingua italiana, è fondamentale la testimonianza di Francesca Rosati Freeman che nel 2010 ha pubblicato la sua testimonianza dal titolo “Benvenuti nel paese delle donne” per le edizioni XL.

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http://minitrue.it/2011/11/un-mondo-senza-padri-e-mariti/

 
     
 

I Moso: appunti su una società senza mariti

noidonne.org, Newsletter n. 26 Anno VI - Giugno 2011

( Appunti da una presentazione del libro di Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel Paese delle donne, XL edizioni. Uno studio sulla società matriarcale dei Moso, minoranza etnica cinese nella provincia dello Yunnan )

di Rita Balestra

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«La società matriarcale dei Moso si distingue da altre società simili perché non pratica il matrimonio». Inizia così il suo intervento Francesca Rosati Freeman, autrice del libro "Benvenuti nel Paese delle Donne: un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso" (XL edizioni), presentato lo scorso 17 giugno alla Casa Internazionale della Donna a Roma.

Chi sono i Moso e dove vivono? «I Moso sono una minoranza etnica matriarcale e matrilineare, che vive nello Yunnan» (yun = nuvola; nan = sud), provincia sudoccidentale della Cina situata ai piedi dell' Himalaya, ai confini con il Tibet, in un paesaggio di valli e montagne attraversato dal fiume Yangtze. Un'unica strada conduce al lago Lugu, "lago Madre" nella lingua dei Moso, a 2.700 metri sul livello del mare. A 300 km vive la società dei Naxi (si pronuncia "nasci"), imparentata con i Moso, ma occorrono 7 ore di auto per arrivarci. Originariamente anche i Naxi erano una società matriarcale: non lo sono più da alcuni secoli, perchè, più esposti dei Moso all'influenza delle varie dinastie imperiali cinesi che si sono succedute, hanno subito l'imposizione delle loro leggi, compreso l'obbligo del matrimonio. Oggi sono riconosciuti dal governo cinese come minoranza etnica nazionale autonoma.

Le diapositive che accompagnano il racconto di Freeman, ritraggono alcune donne Naxi con abiti tipici. Ciò che colpisce del loro abbigliamento, è la ricchezza di simboli "celesti" di cui sono ornati: la Luna, il Sole e le 7 stelle dell'Orsa Maggiore a sottolineare il legame di queste popolazioni con il cosmo - «portano l'universo sulle spalle». Anche ai Moso fu imposto il matrimonio, ma con la morte di Mao Tse Tung, la prescrizione non fu più osservata e si tornò all'usanza matriarcale e, a differenza dei Naxi, i Moso non sono amministrativamente autonomi.

La casa. All'ingresso del villaggio principale campeggia la targa di benvenuto, che recita in cinese e in inglese: "Benvenuti nel Paese delle Donne". Inizia da qui il viaggio nella vita quotidiana dei Moso. Le case sono costruite interamente in tronchi di legno e si compongono di una stanza comune, detta Meng Low, che è anche la stanza dove si ricevono le visite e dove dorme la "Dabu " la persona che tiene le redini dell'estesa famiglia. Comunicante con questa, la "camera dei misteri", la cui porta è sempre chiusa: qui, si dà alla luce e si onorano i defunti. Nella Meng Low ci sono panche basse tutt'intorno che a sera diventano letti per i bambini che vivono nella casa. Al centro della stanza c'è un focolare costantemente acceso con sopra una marmitta piena di acqua, per avere sempre acqua calda per cucinare, per il tè e da bere, poiché i Moso non bevono acqua fredda. La famiglia moso è una famiglia estesa a discendenza matrilineare: i figli sono della famiglia della madre. Nonostante le donne Moso possano avere due bambini ciascuna (in casi rari, è concesso loro di averne fino a 3), l'indice di natalità resta basso, circa lo 0,8%. In una famiglia moso ci potrebbero essere più donne in età di procreare e se ognuna decidesse di avere due figli, come consentito dal regolamento vigente, ci sarebbero troppi bambini di cui occuparsi. La maternità è estesa anche ai figli delle altre donne: i bambini infatti considerano le altre donne della famiglia come "madri", anche se distinguono la madre naturale da queste. In netta controtendenza rispetto alla politica nazionale del figlio unico maschio, nascere bambina non solo è consentito, ma è una benedizione in area moso.

La famiglia. I Moso vivono nella stessa famiglia fino alla quarta generazione, insieme alla Dabu, la donna più anziana che ricopre il ruolo di capofamiglia. La sua autorità è riconosciuta da tutti i membri del nucleo familiare e la sua elezione è regolata da criteri di meritocrazia: al momento della successione, infatti, la Dabu in carica sceglie colei che prenderà il suo posto tra le donne della sua famiglia più meritevoli per imparzialità, capacità della gestione domestica e dei beni, moralità e rispetto per la persona. Questi elementi determinano l'autorità della Dabu, che non abusa mai del suo potere: le decisioni sono condivise ma lei ha l'ultima parola, e possono coesistere due Dabu senza che vi sia competizione tra di loro. Nonostante l'uomo abbia un ruolo secondario all'interno della famiglia, tuttavia non è oggetto di oppressione da parte delle donne: sa occuparsi molto bene dei figli delle sorelle, costruisce e ripara la casa. Una siffatta distribuzione dei ruoli ne fa una società democratica ed egualitaria. Il matriarcato moso, infatti, non è l'equivalente del patriarcato.

Le attività lavorative. I Moso sono una società contadina, uomini e donne lavorano indistintamente la terra servendosi di una tecnologia semplice: aratro a trazione animale, per l'aratura, bastone da scavo, per la semina e raccolta manuale del prodotto finale. Coltivano principalmente cereali, prodotti orticoli ma non il riso: le risaie non rientrano nella cultura moso, essendo la loro una comunità montana. Si praticano anche la pesca e la raccolta di una particolare pianta lacustre, e del suo fiore, che mangiano insieme alla carne o in zuppe: per queste attività, i Moso si servono di imbarcazioni scavate a mano da tronchi d'albero (attività di competenza degli uomini), senza motore. L'unica imbarcazione a motore presente sul lago è un natante con funzione di ambulanza, data l'impraticabilità della strada in determinati periodi dell'anno. La tessitura, praticata dalle donne, e l'oreficeria, praticata dagli uomini, sono tra le attività più diffuse. Negli ultimi anni, però, l'incremento del turismo ha permesso lo svilupparsi di altre attività commerciali. Principalmente sono sorti piccoli ristoranti e pensioncine a conduzione familiare, nei villaggi più facilmente raggiungibili. Il turismo porta benessere ma anche le prime avvisaglie di un divario economico tra le famiglie, prima inesistente. I Moso non lo incoraggiano, però va da sé che se una casa o un ristorante si affacciano sul lago, questi sono maggiormente richiesti dai turisti. Lo stesso dicasi per i villaggi: quelli prospicienti il lago sono preferiti a quelli situati più all'interno.

Il matrimonio. «I Moso si amano, ma non si sposano. Considerano il matrimonio come un attacco alla famiglia stessa». Con questa affermazione lapidaria, per il pubblico "occidentale" a cui si rivolge, Freeman ci conduce al centro della cultura moso, e della sua peculiarità principale. La cultura moso fa della separazione tra vita sentimentale e vita famigliare un principio irriducibile, l'unica eccezione concessa riguarda i funzionari di Stato, i quali hanno l'obbligo di contrarre matrimonio per fini istituzionali. Le relazioni tra uomo e donna avvengono nella più totale libertà sessuale, soprattutto da parte della donna: non esiste il concetto di proprietà della persona. Le loro relazioni affettive si basano sull'amore, sono disinteressate, non sono vincolate né da legame economico né giuridico, nella totale convinzione che non si costruisce su un sentimento così fragile come l'amore.

All'età di 13 anni avviene il passaggio alla vita adulta: la ragazza riceve il costume tradizionale, che indosserà da quel momento in ogni occasione di festa comunitaria. Riceve inoltre la chiave della "camera dei fiori", dove porterà il suo innamorato. Anche il ragazzo riceve il costume tradizionale ma non la chiave. Nessun membro della comunità oserà infrangere la privatezza degli incontri amorosi: il rispetto della privacy è osservato da tutti. Quando due persone si piacciono, la donna conduce l'uomo nelle sua stanza dei fiori dalla quale, passata la notte, l'uomo se ne va. Per farvi ritorno il giorno dopo e quello dopo ancora. La segretezza accompagna la relazione fin quando non diventa stabile; a quel punto, la donna ne parla alla Dabu che per l'occasione prepara una cena a cui parteciperanno le donne anziane più vicine alla famiglia.

Il legame tra i due innamorati è detto "unione itinerante" proprio per il suo carattere non fisso: è l'uomo a spostarsi nella casa della compagna e vi continua ad andare ogni notte finché c'è amore tra i due. Quando il sentimento si esaurisce, l'uomo torna a dormire nella sua casa materna.

L'assenza del matrimonio non ha conseguenze sulla comunità: non vivendo insieme, non ci sono contrasti. Le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria sessualità. I figli appartengono alla famiglia della madre, la loro educazione è affidata alla famiglia, i beni non sono in comune. I bambini non crescono con il padre biologico, anche se egli può vederli e stare con loro quanto vuole. Fino a poco tempo fa, i bambini potevano anche non sapere il nome del loro padre, ma con l'istruzione obbligatoria si è resa necessaria la paternità manifesta per poterli iscrivere a scuola. Questo fatto tuttavia, non è fonte di frustrazione nei bambini, che crescono nell'amore dei famigliari e in serenità.

L'infedeltà è anacronistica, dal momento che le coppie non si promettono mai niente a lungo. La violenza domestica non esiste, nessuno è proprietà di nessuno, si appartiene solo alla famiglia materna. La gelosia è derisa, anche pubblicamente: è un fattore culturale, non naturale. Ciò non vuol dire che tra i Moso non c'è violenza, ma questa è sporadica: si ha solo dove le coppie si sposano e coabitano. La violenza non viene occultata, ma è resa pubblica e la gestione del conflitto è regolata da una donna saggia: i Moso sono tolleranti. Sono gelosia e violenza che generano disordine, nella visione moso.

La maternità. Tutte le donne svolgono la funzione materna verso i figli delle sorelle. I bambini sono considerati la reincarnazione degli antenati, fino a tre anni stanno con la madre, poi si trasferiscono nella Meng Low e dormono con la Dabu fino ai 13 anni. La funzione di padre è svolta dallo zio materno. In una società matrilineare il padre naturale non ha alcun ruolo perché non è considerato consanguineo: la consanguineità ha valore sociale e culturale, più che biologico. Ma in nessun caso i bambini sono privati dell'affetto dei padri, né i padri dei figli. Concetti come "figlio illegittimo", "complesso di Edipo" non esistono presso i Moso; se non ci sono discendenti maschili, si adottano maschi adulti. Anche le donne sono adottabili, ma devono avere una relazione stabile e a differenza dell'uomo, la donna adottata può diventare capofamiglia, Dabu, della famiglia adottiva.

Le istituzioni. Il capo villaggio è un uomo, il cui compito consiste nel coordinare le decisioni prese dalle Dabu. È un ruolo nominale. Nessun regolamento però impedisce alle donne di essere elette. È una donna ad aver meritato il titolo di "Regina dei Moso". Proveniente da Chengdu e data in sposa al governatore locale si è adoperata per istruire i Moso e, affiancando il marito nei vari incarichi governativi si è fatta portavoce dell'istanza della popolazione locale presso il governo centrale e ha continuato a farlo dopo la morte del marito fino all'età di 81 anni.

La religione e il culto dei morti. I Moso praticano una forma sincretica di Buddismo tibetano e dabaismo. La natura è sacra ed è femminile: ovunque si incontrano le bandiere di preghiera colorate, soprattutto nei luoghi più elevati e ventilati. Gamu è la montagna sacra ed è oggetto di culto. I Daba, preti sciamanici maschili, sono i custodi della religione antica e hanno il potere di liberare le donne dagli spiriti maligni: in una prospettiva armonica, rappresentano nella religione quello che le Dabu sono nella società. Più volte al giorno girano attorno ad uno stupa (monumento funerario) in senso orario facendo ruotare il mulinello di preghiera. I Moso sono una società spirituale, spesso si incontrano donne recitanti preghiere mentre percorrono avanti e indietro le strade del loro villaggio.

L'ultima diapositiva mostra una nicchia sulla montagna sacra di Shi Zhong Shan abitato dalla minoranza etnica dei Bai, dove la Yoni, una vulva gigante scolpita nella roccia su una base a forma di fiore di loto, è un luogo di culto antico, un inno all'origine della vita.

Fine della presentazione. Applausi.

Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne, XL edizioni, 2010, 200pgg. ill.

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Benvenuti nel paese delle donne

di Udi Napoli, 16 giugno 2011

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Matriarcato è un’organizzazione sociale: un modo di stare insieme e di provvedere gli uni agli altri.
È anche una parola che nella cultura degli stati “moderni” evoca un passato di cui si sa poco e si vuole saper poco. È una parola controversa, alla quale viene spesso dato un alone minaccioso, sgradevole. Parola controversa anche nell’interpretazione accademica, e soprattutto è così nella vulgata, come succede in qualsiasi materia ridotta a stereotipo.
Gruppi di studio e studiose singole offrono approfondimenti e una rappresentazione organica dei saperi intorno al matriarcato, che permettono di farne materia viva ed elemento di sollecitazione nell’orizzonte politico in divenire.
“Ancora oggi nel mondo esistono popolazioni indigene in Asia, Africa, nelle Americhe e in Oceania che adottano culture tradizionali con schemi matriarcali. Nessuna di queste società è una mera inversione del patriarcato in cui le donne governano: sono invece società in cui tutti i generi sono uguali e la maggioranza di esse sono completamente egualitarie” (Heide Goettner-Abendroth).
Alcune di noi, avvicinando le popolazioni ad organizzazione matriarcale, diventano le reporter dell’economia non violenta del dono e l’autorità orizzontale fondata sul rispetto, ma più immediatamente con la loro divulgazione ci donano a loro volta un infinito patrimonio di spunti per un’elaborazione dell’autostima “collettiva”. Di questo oggi c’è un enorme bisogno: proprio nel momento in cui il femminismo si ridiscute nel resto del movimento.
Ritrovarsi e confrontarsi intorno al matriarcato è prendersi un momento per saperne di più anche su noi donne e uomini immersi in una realtà culturale che confonde sempre l’alternativa col “contrario”, chiusa al sapere dolce.
L’UDI di Napoli, la Libreria delle donne EVALUNA, col patrocinio del Comune di Napoli, aprono un ciclo di eventi sul Matriarcato dall’incontro con Francesca Rosati Freeman l’autrice del libro “Benvenuti nel paese delle donne” incentrato sul popolo di Moso, la meno sconosciuta realtà contemporanea ad organizzazione matriarcale.


22 giugno ’11 ore 19 – Sala Conferenze della Libreria EVALUNA – Piazza Bellini – Napoli
Con Francesca Rosati Freeman - BENVENUTI NEL PAESE DELLE DONNE

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Il piccolo Buddha dei Moso

"Via Dogana" n. 96, marzo 2011

di Luciana Piddiu

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Una piccola casa editrice, XL edizioni, ha pubblicato un libro straordinariamente interessante che racconta di un popolo alle pendici dell’Himalaya che vive benissimo da secoli senza l’istituzione del matrimonio: Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio alla scoperta dei Moso una società matriarcale senza violenze né gelosie (Roma 2010). Se ne è parlato con l’autrice alla Libreria di donne di Milano il 27 novembre 2010. Pubblichiamo l’intervento all’incontro di Luciana Piddiu, che ha partecipato all’ultima visita ai Moso di Francesca Rosati Freeman.
Il nostro viaggio verso la terra dei Moso, il paese a sud delle nuvole, comincia con la visita al Jade Falls Village. È un luogo sacro, centro dei primi insediamenti Naxi, che hanno un’origine comune con i Moso. All’entrata due grandi statue: una rappresenta la divinità maschile, il dio padre protettore di ogni cosa, l’altra la divinità femminile, la dea madre, protettrice di ogni persona.

Benché i Naxi abbiano da tempo adottato, per via delle traversie storiche vissute, il modello patriarcale di organizzazione sociale, mi sembra di buon auspicio che sia rimasta questa rappresentazione del maschile e del femminile. Non c’è un principio che domina sull’altro, ma una divisione dei compiti che mi fa pensare. Il cielo è terso, all’orizzonte si stagliano netti i contorni delle montagne innevate. In un’ala del tempio ascoltiamo un concerto di musica tradizionale Naxi. Ha un ritmo assai diverso dalla nostra, l’andamento di una nenia, direi. Ma quello che mi colpisce sono le facce dei suonatori piene di grinze e i loro costumi che assomigliano come gocce d’acqua a quelli dei Mamutones sardi. Più volte durante questo viaggio avrò l’impressione di essere tornata a casa, alla mia infanzia.


Le case costruite con mattoni di fango impastato con paglia mi ricordano quelle di Pula. La postura di donne e uomini accovacciati, vicini ancora alla terra, mi rimanda dritta ad alcune foto scattate alla fine della mietitura che sono conservate nell’album di famiglia, così come la vasca piena d’acqua nel cortile di molte case che abbiamo visitato e che ci hanno accolte, attorno a cui si svolgono i lavori domestici. Ce n’era una nella casa del mio nonno materno e chiedo alle mie compagne di viaggio che mi facciano una fotografia. La foto mi ritrae in una condizione di grazia. Esprime pienezza. Non mi capiterà mai, durante il viaggio, di chiedermi, come Chatwin, «Che ci faccio qui?» Lo so perché sono qui, l’ho scelto questo viaggio e Francesca l’ha reso possibile, e di questo le sono infinitamente grata.

Volevo vedere con i miei occhi, anche se so bene che sono quelli del cuore e della mente quelli con cui si vede meglio, se davvero c’è un luogo dove le donne non subiscono un giorno sì e l’altro pure violenza da parte di quelli che giurano loro di amarle, di proteggerle. E che vogliono loro un bene, un bene da morire! In tutte le interviste la domanda era d’obbligo. Ebbene, la risposta era sempre la stessa. Nelle famiglie matriarcali Moso il fenomeno è inesistente. In quelle Moso di tipo patriarcale si comincia qua e là ad avvertire questa brutta novità. Uomini che insultano o hanno gesti di violenza verso le loro compagne ma… che differenza rispetto a noi! Le donne non vivono come colpa o vergogna quello che accade, non lo nascondono, immediatamente mettono al corrente la comunità familiare del comportamento inaccettabile del loro partner e il gruppo mette a tema, con l’aiuto di una persona che gode della stima di tutti, la questione. Si cerca di capire il perché di un modo di fare così alieno dai principi di rispetto che caratterizzano tutte le relazioni, ma se l’errore si ripete anche solo una volta l’uomo viene allontanato. Lo sdegno cade su di lui da parte di tutta la comunità.

L’autrice di Benvenuti nel paese delle donne sostiene che l’assenza non solo di violenza ma di qualunque implicazione strumentale nella relazione tra i sessi è frutto di questa modalità di organizzazione sociale che tiene rigorosamente distinti il piano della famiglia, che richiede una stabilità di affetti e di cure, da quello della relazione tra un uomo e una donna che si declina in una ricca gamma di sfumature (walking marriage, visiting marriage, visite furtive, in lingua Moso nana sese, ecc.): può essere la forte attrazione fisica che dura lo spazio di qualche notte, l’innamoramento che dura senz’altro di più, la costruzione di una relazione d’amore che può durare anche tutta la vita come nel caso della mamma di Akae e del suo compagno.
Trovo straordinario, sublime quasi, il fatto che non ci sia mai tra chi si ama alcuna implicazione di carattere economico. L’interesse e lo scambio materiale e simbolico che regola qui da noi tanta parte delle relazioni tra i sessi, che spinge “naturalmente” a trattare il\la partner come mezzo e non come fine, con buona pace del filosofo e a dispetto dei fiumi d’inchiostro sull’amore romantico, sembra davvero totalmente assente proprio in virtù dell’assenza dell’istituto matrimoniale e della presenza di una organizzazione familiare matriarcale che separa la famiglia dalla relazione sessuale tra esseri umani.

Ma un altro aspetto mi incanta e mi fa vedere per contrasto i limiti della nostra organizzazione sociale e della nostra cultura, è quello dell’esercizio della maternità. La modalità che mi viene in mente come paragonabile a questa, ma molto alla lontana, è quella che ti fa crescere una figlia o un figlio non tuo. Fill’e anima (figlia dell’anima) si chiama in Sardegna la figlia che ti cresci con amore anche se non l’hai generata. Mai come durante questo viaggio ho avuto così chiaro che la maternità e tutto ciò che è ad essa correlato è frutto di una costruzione sociale, dove si intrecciano strettamente il materiale e il simbolico, in un impasto di cui non puoi separare e discernere le componenti. Quando andiamo a trovare il consuocero Moso del padre della nostra guida cinese, trascorro uno dei più bei momenti di questo percorso di conoscenza e di scoperta.
Appesi al corpo della nonna, uno davanti di otto mesi e uno dietro di cinque, sorridono due bambini. La nonna con sicura padronanza imbocca alternativamente ora l’uno ora l’altro. Sorride anche lei ed è sovrana. Quello più piccolo, da me ribattezzato Buddhino per le sue forme rotonde, ha un vero trasporto per me, ride compiaciuto quando intono una filastrocca in sardo. La nonna me lo dà in un gesto di grande generosità. Sono felice di ninnarlo in una lingua che amo e grata. Forse viaggio, mi dico, in uno di quegli universi paralleli di cui fantasticano i teorici dei multiversi! I numerosi bambini che animano la grande casa insieme ad uno stuolo di animali passano di mano in mano. Sono accuditi e vezzeggiati da tutti. Anche dal nonno Moso. Tutte le donne, giovani e meno giovani, se ne occupano. In questa cultura tutte esercitano la funzione materna. Che siano o no madri biologiche. Questo, mi dico, è anche un buon vaccino contro la tentazione del narcisismo così diffusa tra i genitori. Non c’è spazio qui per quel desiderio di specchiarsi nei propri figli e aspettarsi da loro la realizzazione del nostro io ideale. Forse è questa la chiave che ci spiega l’armonia che si respira, la palese serenità dei bambini.
La paternità biologica qui dai Moso è assolutamente slegata dagli obblighi materiali di mantenimento. Il padre conosce i suoi figli, gioca con loro, può far loro dei regali, ma non ha la responsabilità educativa. Questa appartiene alle madri presso cui i figli vivono. Sono le madri che trasmettono le storie della famiglia e della comunità, sono le madri che danno le regole. Sono gli zii materni, infine, coloro che puniscono quando le regole vengono infrante. Esercitano l’autorità paterna e insieme alle donne della famiglia hanno gli obblighi materiali del sostentamento.
Questa disposizione e distribuzione dei ruoli è un bell’antidoto contro l’ossessione tutta maschile di voler un figlio sangue del proprio sangue, un figlio che sia la prova agli occhi del mondo della propria capacità virile.
Insomma, questa piccola comunità matriarcale di trentamila anime mi ha insegnato tanto. Non è solo la natura strepitosa che declina, in un tripudio di kosmos ai lati della strada, tutti i toni del verde; non è solo la luce calda che illumina ogni angolo e fa risaltare la terra rossa che frana per ogni dove, mettendo a rischio la nostra incolumità; è questa civiltà antica, paziente costruzione e sapiente intreccio di uomini e donne, che mi ha aiutato a fare luce dentro di me. È questa signoria delle donne su se stesse che mi innamora.

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L'economia del dono

carta.org , 29 marzo 2011

di Morena Luciani

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Sono giorni in cui va di moda parlare di leadership femminile. Il mondo necessita di un cambiamento epocale, e forse questa crisi globale segna la fine di quel percorso a senso unico che l’umanità ha iniziato cinquemila anni fa.
Prima, a quanto risulta dal prezioso lavoro di studiose e studiosi come Marjia Gimbutas, Riane Eisler, James Mellaart e Robert Graves, senza dimenticare le italiane Momolina Marconi e Luciana Percovich, le società funzionavano in modo diverso, su un impianto pacifico ed egualitario. C’è chi ha definito quell’epoca matriarcale, perché dagli scavi effettuati e dall’analisi dei miti risulta una spiccata presenza femminile, sia in ambito artistico che in quello religioso e politico.

Gli uomini c’erano, ma non esiste evidenza di gerarchie né tra i sessi, né tra le classi sociali. La caratteristica principale delle società neolitiche è il ruolo centrale della madre nelle strutture sociali e nella religione e questa centralità del principio materno sembra custodire il segreto dello spirito di affermazione della vita e dell’assenza di distruttività. Già Erich Fromm in Anatomia della Distruttività Umana aveva sostenuto che le società matricentriche e matrilineari erano caratterizzate da bassissimi livelli di aggressività.

Secondo la filosofa tedesca Heide Goettner Abendroth la parola matriarcato va ridefinita: essa non è l’equipollente di patriarcato, non ha nulla a che vedere con “il dominio delle madri o delle donne”. La parola greca arché può avere il significato di dominio, ma anche quella di “principio o inizio”. Quindi il modo migliore di tradurre matriarcato è “iniziare dalle madri”.
Tutte le società ancora viventi analizzate dal team della Abendrot presentano caratteristiche invidiabili: assenza di stupro e pedofilia, assenza di violenza domestica, assenza di guerra, sessualità libera, non vincolata da strutture di potere e assenza del concetto di fedeltà al partner. La spiritualità è immanente, connessa alla terra e non vincolata ad istituzioni e l’economia è basata sul dono e sulla ridistribuzione equa dei beni.

Tutto ciò fa sì che le collettività di tipo matriarcale siano delle vere e proprie società di pace.
Queste sono le premesse su cui si fonda la manifestazione “Economia del Dono e Società di Pace” che avrà luogo a Torino dall’8 al 10 aprile. L’evento è promosso dall’associazione culturale Laima, nata nel 2010 come tributo al lavoro dell’archeo-mitologa Marjia Gimbutas, con l’intento di indagare e diffondere la cultura matristica e dar voce a tutte quelle donne e quegli uomini che contribuiscono a creare modelli di esistenza più equilibrati ed integrati.
La manifestazione è organizzata in seminari multi-disciplinari che spaziano dalla decrescita alla spiritualità, dall’arte alla salute del corpo fino allo studio dei popoli pre-patriarcali. Le persone coinvolte nell’organizzazione non percepiranno compensi e i soldi raccolti serviranno a finanziare una conferenza internazionale sulle società di pace che avrà luogo nel 2012.
Ospite d’onore di “Economia del Dono e Società di Pace” sarà Genevieve Vaughan, ricercatrice statunitense, teorica di un sistema economico basato sulla logica materna del dono, che terrà una conferenza domenica 10 aprile alle ore 16. L’intervento della Vaughan sarà affiancato dalla video presentazione della studiosa italo-svizzera Francesca Rosati Freeman sulla società matriarcale e matrilineare dei Moso della Cina. Il popolo dei Moso non pratica il matrimonio e costruisce la relazione uomo-donna in armonia, in un contesto che valorizza le donne e non opprime gli uomini.

Indagare questo tipo di organizzazione sociale è ad oggi quanto mai doveroso. Non è più possibile indugiare, abbiamo bisogno di trovare soluzioni lontane dalla logica gerarchica e competitiva del patriarcato. Sempre nella consapevolezza che non si possono importare totalmente forme di esistenza diverse dalla nostra, si può forse lasciare che altre umanità ci siano maestre e ci guidino verso la costruzione di modelli differenti. Affinché la parola “leadership femminile” non rimanga vuota e strumentale alla classe politica di turno, è necessario analizzare e capire che cos’è realmente il femminile. Come ha affermato recentemente Luciana Percovich “Rimane da scoprire che cosa significa essere donne dopo 5000 anni che ci vediamo riflesse in uno specchio che non è stato costruito da noi”. Credo che questo processo di di-svelamento sia utile a tutta la società, uomini compresi.

* Morena Luciani, presidente associazione culturale Laima

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http://www.carta.org/2011/03/economia-del-dono/

 
     
 

Benvenuti nel paese delle donne

“Metro”, Milano, 20 dicembre 2010

di Luisa Muraro

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Anch’io sono una lettrice affezionata della rubrica di Maria Beatrice De Caro. Mi fa conoscere storie matrimoniali di una complicazione che non immaginavo. Alle pendici dell’Himalaya esiste un popolo che non conosce l’istituzione del matrimonio. Come stanno? come fanno? A queste domande risponde il libro di Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso una società matriarcale senza violenze né gelosia, lo vende la Libreria delle donne di Milano. Il titolo dice molte cose. In pratica, i Moso vivono stabilmente nella cerchia familiare delle nonne, delle madri, delle sorelle. Quando una ragazza diventa adulta, ha una camera tutta sua dove riceve, con discrezione ma non di nascosto, il suo innamorato che la mattina se ne va per tornare nella famiglia d’origine. I doveri di lui sono verso quest’ultima. Qui fa da padre ai figli delle sorelle, i suoi figli crescono nella famiglia materna. Le coppie durano quanto il loro amore o affetto, che può essere pochi giorni o un’intera vita. Finchè durano, la fedeltà è richiesta anche se non imposta. In quel popolo non ci sono regole rigide, ma la gelosia è vista male.
Dobbiamo imitare i Moso? No, non sarebbe possibile perché una cultura non si cambia come un vestito. Ma possiamo imparare da loro. Che cosa? Il valore della fedeltà, per esempio: finchè sei impegnato con una persona, restarle fedele conviene a entrambi perché valorizza l’uno e l’altra. Più di ogni altra cosa dai Moso viene un messaggio che non ci è nuovo: la potenza della relazione materna. I Moso, forse più saggi di noi, ne hanno fatto l’asse portante della loro civiltà.

 
     
 

- 25 luglio 2010

di sandraluigia

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Yunnan, quasi Tibet. Sulle sponde del lago Lugu si insediano i villaggi dei Moso, che da più di duemila anni solcano le cristalline lacrime della dea Gammu, navigando su mangiatoie di legno a remi, scavate in tronchi d'albero.
Vivono in armonia con la natura e la loro lingua non contempla le parole guerra e matrimonio. Non si tratta di un'antica leggenda cinese, bensì dell'appassionante relato dei viaggi di studio che Francesca Rosati Freeman ha realizzato, tra il 2005 ed il 2008, alla scoperta di una singolare minoranza etnica, in cui vige un'organizzazione socio-economica matriarcale, unica al mondo.

Amalgamando sapientemente il genere etnografico ed il récit de voyage, l'autrice cattura il lettore fin dalla prima pagina, per accompagnarlo lungo un viaggio ricco non solo di emozioni, ma anche di conoscenze storiche, economiche e sociali. Attraverso l'osservazione di una popolazione talmente ridotta da non essere ufficialmente riconosciuta dal governo cinese come una minoranza etnica autonoma, l'autrice evoca magistralmente l'immagine della Cina millenaria, dei regni mongoli, delle religioni pre-buddiste, ma tratta anche della rivoluzione culturale maoista e delle tristemente celebri politiche demografiche restrittive, senza tralasciare il più recente boom economico che oggi imprigiona i Moso nel paradosso della scelta obbligata tra tradizione e modernità.

Sebbene la resistenza pacifica e determinata dei Moso ai tentativi di disgregare la loro peculiare organizzazione sociale sia stata efficace per molti secoli, la promozione del turismo e di programmi internazionali di cooperazione allo sviluppo minaccia dall'interno la sopravvivenza del matriarcato. Per quanto tempo ancora le terre coltivate resteranno di proprietà comune ed i proventi del lavoro dei membri della famiglia saranno gestiti dalla dabu (matriarca)? Per quanto tempo ancora le coppie preferiranno l'unione itinerante al matrimonio e la separazione della vita affettiva da quella familiare ed economica? Come salvaguardare il culto della montagna sacra, la grande madre creatrice, e quello degli antenati; l'ecosistema del lago Lugu o la lingua autoctona?

Il sistema sociale Moso si fonda su un'organizzazione familiare solida, che prevede la trasmissione matrilineare del patrimonio e la coabitazione dei membri consanguinei di discendenza materna. Questo significa che i nuovi nati vivono presso la casa della madre, dove gli zii materni svolgono il ruolo del padre biologico e sono responsabili, insieme agli altri membri della famiglia, della loro educazione e del loro sostentamento economico. Per questo motivo, le coppie vivono la loro relazione sentimentale in maniera itinerante, cioè si incontrano a sera inoltrata nella camera dei fiori, che le ragazze hanno a loro disposizione nella propria casa una volta raggiunta l'età adulta. Sopraggiunta l'alba, gli innamorati si separano ed i partners ufficiali o occasionali tornano alle loro famiglie, per affrontare una nuova giornata di lavoro. Uomini e donne si dedicano sia all'attività agricola che a quella commerciale e condividono equamente le faccende domestiche. Insomma, il funzionamento di questa sorprendente società si basa sulla relazione non gerarchica tra i sessi, tanto nella vita intima quanto in quella pubblica.

Da molti secoli, i Moso praticano la cooperazione, rifiutano la violenza e guardano con sospetto l'arricchimento personale e l'individualismo. Al possesso della persona amata preferiscono la libertà sessuale, anteponendo il rispetto alla gelosia. Questo popolo, suggerisce l'autrice, ci mostra che l'inesistenza del matrimonio e della famiglia nucleare non è sinonimo di disordine morale e che la società matriarcale non può essere definita come l'equivalente femminile del patriarcato. Dalle remote cime del Sud-Ovest della Cina, Francesca Rosati Freeman, alza lo specchio sull'Europa e ci obbliga a ripensare la nostra società in una prospettiva spazio-temporale che sorvola vasti territori ed epoche storiche, per relativizzare le istituzioni che appaiono come le più universali.

Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, una società matriarcale senza violenze né gelosie.


(Francesca Rosati Freeman, 2010, XL Edizioni, Roma, pag.182. Nelle librerie Feltrinelli.)

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http://viaggi.repubblica.it/diari-viaggio/benvenuti-nel-paese-delle-donne/810667

 
     
 

"La Notizia", Ginevra, novembre 2010, p.5

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Le donne dei Moso : Amore libero e famiglia solida

“La Sicilia” del 21 Giugno 2010, Cultura e Società

di Giovanna Fiume

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In un posto lontano da qui, tra Cina e Tibet, sui contrafforti dell'Himalaja, a 2700 metri di altitudine, in una ventina di paesi attorno a uno splendido lago, vive una minoranza tra le molte della Repubblica popolare cinese.

I Moso sono agricoltori e allevatori e organizzano la propria società secondo il principio della matrilinearità (la discendenza materna) e la matrifocalità (i figli vivono con la madre) senza ricorrere al matrimonio.Si tratta di famiglie estese, dove convivono tre-quattro generazioni, i cui componenti sono tutti consanguinei discendenti dal ramo materno. I figli sono della madre e con lei convivono per tutta la vita, la famiglia si presenta come una istituzione solidissima, capace di proteggere tutti i suoi componenti. Non esistono gli orfani e men che meno i bastardi, gli illegittimi; anche se i bambini perdono la madre saranno le zie e gli zii a crescerli e accudirli; i vecchi non vengono mai abbandonati, la loro esperienza è rispettata e sono considerati dei Budda viventi. La religione è un misto di buddismo tibetano e di credenze animiste, legate alla sacralità dei fiumi, degli alberi, delle montagne.

Quando le giovani raggiungono l'adolescenza una cerimonia segna il loro passaggio alla vita adulta nel corso della quale viene loro consegnata la chiave della stanza ("la camera dei fiori") allestita per loro dove potranno ricevere gli innamorati, i ragazzi dormono nella stanza della nonna, finché non raggiungono la maturità sessuale, dopo di che passeranno le notti dalle innamorate. In questo modo si rinuncia al matrimonio, ma non all'amore e alla procreazione; l'unione è "itinerante", la coppia non firma nessun contratto, non promette fedeltà eterna, il legame non è economico né giuridico, ciò nonostante la relazione è stabile perché basata sull'amore e sul desiderio sessuale reciproco. Queste unioni durano abbastanza a lungo, ma ce ne possono essere altre più brevi ("la visita notturna") che possono accompagnarsi talvolta alle prime o, se prolungate, metterle in crisi. L'infedeltà è tollerata meglio della gelosia che provoca derisione verso chi dimostra di soffrirne: gli innamorati non si appartengono, il concetto di possesso dell'altro è incompreso. Quando la relazione finisce, non c'è sentenza di divorzio né di separazione dei beni e i figli restano alla madre. Insomma i Moso hanno la saggezza di separare la vita amorosa dagli affari di famiglia che invece deve durare nel tempo, la sua solidità può essere garantita solo dal legame di consanguineità, chi non fa parte della famiglia è considerato un estraneo, anche se è il padre biologico di alcuni di quei bambini. Egli non ha alcun obbligo verso i figli e anche quando ha con loro una relazione affettiva, ciò non implica nessuna responsabilità educativa o economica. La figura maschile di riferimento resta quella dello zio materno.

Uomini e donne sembrano cooperare efficacemente, le decisioni in famiglia vengono prese all'unanimità (e può volerci molto tempo per mettere tutti d'accordo); che le donne trasmettano e amministrano beni e proprietà non sembra provocare frustrazione negli uomini che si riservano le funzioni di capo villaggio. Essi si occupano dei figli delle sorelle e non smettono di avere responsabilità verso la famiglia materna con cui continuano a coabitare in virtù della convivenza dei consanguinei. Non usano mai violenza verso le donne e non entrano mai in conflitto con le loro famiglie.

Sin dalla Rivoluzione culturale il governo maoista, volendo modernizzare il paese e renderlo più uniforme, ha considerato l'unione itinerante o la visita furtiva una pratica primitiva, arretrata, libertinaggio bello e buono, da reprimere e così, già nel 1950, promise la terra agli uomini che si fossero sposati e fossero andati via dalla casa materna: nel 1966 e nel '71 impose il matrimonio a tutte le coppie che avevano una relazione notoria, pena la sospensione delle razioni alimentari; nel '74 impose di dichiarare il nome del padre di ogni bambino, anche se la relazione tra i genitori non esisteva più: solo nel 1984 stabilì che non bisognava obbligare le minoranze etniche a riformare i loro costumi. Molti uomini e donne moso ritornarono alle famiglie materne. Quello che al maoismo non riuscì viene oggi minacciato dalla globalizzazione che fa del "paese delle donne" una destinazione ideale del turismo sessuale!

La famiglia europea è stata per secoli un'alleanza di interessi tra padri; la nascita della famiglia coniugale intima, basata sugli affetti e sui sentimenti, risale al XVIII secolo, quando si abbassa il divario di età tra coniugi, comincia a prevalere il Lei sul Voi. poi lentamente il Tu, essi cominciano a cooperare nelle scelte contraccettive e le nascite lentamente declinano; questa famiglia si incentra sulla legittimità della prole, non basata però sulla discendenza materna, sempre certa, ma su quella paterna, ponendo problemi di controllo sulla sessualità delle donne; la fedeltà della moglie e la verginità delle figlie da marito.

Il diritto teorizzerà la infirmitas sexus e la legittimità della protezione e del controllo. Questa famiglia apre un altro fronte di conflitti sulla trasmissione della proprietà che avviene secondo la discendenza agnatizia (discendenti maschi dello stesso antenato), dando alle donne una proprietà dotale che segna la loro esclusione dall'asse ereditario maschile.

Bastano questi pochi cenni per mostrare come può essere storicamente diverso il modo in cui un certo contesto organizza la riproduzione biologica e quella sociale, come il rapporto tra generi sia nel cuore di ogni sistema e come esso sia legato al luogo, e un tempo alle azioni di soggetti e dunque sia terribilmente umano, storico, transeunte. Di certo non universale, non eterno, non naturale.

(Francesca Rosati Freeman: “Benvenuti nel paese delle donne”, XLedizioni, 2010)

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“Le dauphiné libéré” del 25 Settembre 2007, di Nathalie Feildel

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“Le dauphiné libéré” del 9 Giugno 2006, di Nathalie Feildel

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