La civiltà delle donne

Marzo 2017

Franco Capone
focus.it

Nelle culture più antiche le donne avevano un ruolo importante. E ancora oggi esistono società matriarcali. Come ci sono sempre state. Storia, fortune e sfortune dei matriarcati.

La prima scultura di forma umana che si conosca fu realizzata 35 mila anni fa. È un pendaglio di avorio di mammut, lungo appena 6 centimetri, ritrovato nella grotta di Hohle Fels, in Germania. La statuina scoperta nel 2008 rappresenta una donna grassa, con seni spropositati, natiche grandi e sporgenti e una vulva accentuata.


Era con tutta probabilità una divinità femminile, da portare al collo. Quando Dio era femmina. Se a quei tempi la divinità principale era femmina, il ruolo delle donne doveva essere importante, non inferiore a quello dei maschi.
Anzi, per tutto il Paleolitico...(leggi testo completo).

 
     
 

Mutterschaft im Patriarchat

Herbst 2015

von Dr. Ursula Scheiber, Dr. Irene Mariam Tazi-Preve,
Univ.Prof. em. Dr. Claudia von Werlhof, MMag. Simone Woerer
fipaz.at Bumerang

La maternità e i valori de principio materno nella società dei Moso

Immerso in una natura incantevole, in mezzo a montagne e colline verdeggianti e attorno al Lago Madre, dalle acque blu disseminate di Ottelie acuminate, è situato il territorio abitato dalla popolazione Moso, una minoranza etnica che vive a 2700m. di altitudine nel sud ovest della Cina. L’aver passato, fin dal 2005, lunghi periodi assieme alle donne Moso e alle loro rispettive famiglie mi ha permesso di creare con esse dei veri rapporti d’amicizia, d’affetto e di stima reciproci.
Osservandole nei loro ruoli, nelle loro attività, nei gesti e nei comportamenti della loro vita quotidiana, interrogando sia le donne che gli uomini, sono riuscita a percepire il legame fra i vari aspetti che formano la struttura di questa società matriarcale, non prima però di liberare me stessa di quei parametri intrisi di patriarcalismo che mi impedivano di capire in profondità questo tipo di struttura e cultura. Concetti come famiglia, amore, maternità, paternità, consanguineità assumono in questo contesto significati altri, che rovesciano completamente il nostro modo di pensare.
La loro è una società matriarcale che anche se millenaria non è un fossile vivente, non ha niente di selvaggio o di primitivo e non è nemmeno una subcultura o un reperto archeologico, ma una forma di vita contemporanea che esiste e resiste da millenni...(show full text pag.209)

 
     
 

Introduzione al saggio: "Krampus. Un custode di civiltà nelle Alpi"

novembre 2015

di Anna Schgraffer

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(Fonte: Leggere Donna n. 170, 1/2016, pp. 20-21. Il testo completo in formato PDF  del saggio breve
Krampus. Un custode di civiltà nelle Alpi  è pubblicato come allegato alla rivista, stesso numero.)

L'inserto di questo numero di Leggere Donna parla di una tradizione diffusa nelle Alpi, soprattutto nella parte centro-orientale, che ai giorni nostri ha ritrovato insospettato vigore e viene inscenata ogni anno con molta partecipazione e molto entusiasmo popolare di qua e di là dal confine italoaustriaco-svizzero. A differenza della recente introduzione della “festa di Halloween”, che è di importazione anglo-americana ed era sconosciuta fino a un paio di decenni fa nel sentimento diffuso, la festa di San Nicolò-Krampus è stata ininterrottamente vissuta, a livello popolare, come momento importante di scansione del tempo che precede il Natale, o l'inizio dell'inverno.

La domanda da cui nasce la ricerca presentata in questo inserto è: c'è un senso in queste manifestazioni solstiziali così sentite, ancora oggi, nel 21° secolo? Il significato che hanno queste tradizioni, e soprattutto il loro continuare a vivere, può spiegarci qualcosa di interessante?
Nel lavoro dell'archeologa Marija Gimbutas, che ha gettato basi fondamentali per l'avvio degli studi matriarcali - cioè degli studi sulle società a impronta materna - il motivo della “ricerca del significato” rappresenta un filo conduttore dichiarato che ha portato a fare luce perfino sulle radici più profonde dell'Europa... (leggi testo completo)

 

Krampus.
Un custode di civiltà nelle Alpi

novembre 2015

di Anna Schgraffer

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“Gli eventi [in piazza] sono un aspetto dei contributi attuali al processo della costante ricezione
e riproduzione di tradizioni, e le usanze cambiano con le persone che le praticano.
Essi ci parlano essenzialmente più su coloro che le propagano, che sulla nostra storia culturale”
sostiene Ulrike Kammerhofer, Direttrice dell'Istituto provinciale di tradizioni popolari di Salisburgo.
I diabolici compagnoni nel tempo dell'Avvento se ne vanno in giro come esseri spaventosi.
Ma queste scorribande del Krampus, spesso messe in scena come “spettacoli horror”,
hanno ancora qualcosa a che fare con la tradizione?”

Da: Salzburger Nachrichten del 28/11/2014, Krampus oder Percht? Der Teufel steckt im Detail.
(Trad. it: Krampus o Berchta? Il diavolo si nasconde nei dettagli)

 

All’inizio era il ciclo.
All’inizio non c’era inizio, poiché il ciclo non ha inizio né capo. All’inizio, il tempo della vita, il cielo e la Terra erano sperimentati come cicli, e il cicli sono in tondo, rotondi, in forma circolare, girano e tornano, ma non hanno un “capo” e una “coda”, non principio né fine. Il ciclo non ha principio, non ha capo, poiché il senso del principio arriva con il principe, con il capo, cioè con l’arrivo di quello o quelli che scelgono un posto privilegiato e si installano in questa posizione principale e, prendendo il posto più elevato, affermano: “Io sono il principio, io creo tutto, io sono il capo, tutto inizia da me!”

Ma poiché il ciclo non ha principio né fine, si può immaginare che proprio così venne vissuto e concepito il tempo prima del principio: ciclo del giorno, ciclo della Luna, ciclo dell’anno, delle stagioni, ciclo della donna, ciclo della vita. Ognuno fa il suo giro, volge, fa la sua volta.
Il ciclo dell’anno, “diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale” (come dice un verso di una famosa canzone), venne marcato a partire dal palo centrale da quattro punti: due solstizi, due equinozi. Sono le fasi della stella Sole – la Regina del cielo, in certe zone chiamata dea Sul, Sol, Sulis – a marcare i quattro punti... (leggi testo completo)

 
     
 

Le madri al centro

3 aprile 2014

di Morena Luciani Russo

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Un Resoconto del Convegno "Culture Indigene di Pace. Donne e Uomini Oltre Il Conflitto". Torino, marzo 2012

Durante la primavera del 2011 un gruppo di vorticanti<a>[1]</a> donne italiane si è riunito sotto il sigillo antico-europeo dell’orsa di Laima, l’associazione culturale nata un paio di anni fa come tributo a Marjia Gimbutas e alla cultura matristica. L’obiettivo era quello di raccogliere fondi per realizzare un grande evento internazionale in cui esponenti di società matriarcali tuttora viventi e studiose e studiosi che si occupano di questo tema, si potessero incontrare, mostrando e spiegando come il modello dominatore patriarcale non sia l’unico percorribile dall’umanità.
Così è nato “Culture Indigene di Pace. Donne e Uomini Oltre il Conflitto”, il convegno internazionale organizzato a Torino lo scorso marzo di cui sono stata curatrice insieme a Luciana Percovich e Genevieve Vaughan. Quasi trecento persone provenienti da tutta Italia , donne e uomini di buona volontà, un ottimo
riscontro mediatico, un evento di grande... (leggi testo completo)

 
     
 

Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene

15 novembre 2013

di Maria Ianniciello

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"Le donne giungevano lì senza uomini per vivere da ricche guerriere armate, abbigliate di magnifici vestiti e con splendide armi. (...) La signora governava la Terra delle Amazzoni che si estendeva verso l'interno, a Nord del grande corso d'acqua". Erano le Amazzoni dell'Amazzonia, con le quali si scontrarono gli invasori spagnoli. Questo episodio è narrato nel libro "Le società matriarcali. Studi sulle culture del mondo", redatto da Heide Goettner-Abendroth ed edito in Italia da Venexia. Un manuale che si occupa, con uno sguardo antropologico, delle società gestite da donne che ancora esistono nel mondo. L'autrice ci conduce nell'Asia orientale, in Indonesia, in Oceania, in India, nelle Americhe e in Africa, partendo dalle origini di queste società antichissime e affascinanti per raccontarci come vivono e come si rapportano con gli uomini le matriarche, donne sagge e amorevoli che antepongono i bisogni collettivi ai propri. La matriarca in genere è all'apice del clan, nel quale vivono gruppi di persone legati dal vincolo di sangue per via materna. La figura del padre non esiste. Il bambino è allevato dalla mamma e l'unico maschio che ha come punto di riferimento è lo zio, cioè il fratello della madre... (leggi testo completo)

 
     
 

Marija Gimbutas su Dea Madre, Indo-Europei, nascita e sviluppo del patriarcato.

17 Maggio 2013

di Ro Buonafina

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L'archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) è in gran parte la responsabile del nuovo interesse per le religioni orientate verso il culto della Dèa. Le sue scoperte sono state alla base del libro, da esse fortemente influenzato, di Riane Eisler "Il calice e la spada". Per quindici anni, Marija è stata attiva negli scavi nell'Europa del Sud-Est e mediterranea, che hanno rivelato l'esistenza di una cultura preistorica della dèa. Per almeno 25. 000 anni questa civilizzazione pacifica ha evidentemente praticato l' uguaglianza assoluta dei diritti tra i sessi - socialmente, politicamente, e religiosamente. Riane Eisler nei suoi testi ha precisato le piene implicazioni di questa scoperta affinché venga interamente accettata dalla Comunità scientifica o dalla società nell'insieme.

Nata in Lituania, in un momento in cui il 50% della popolazione era ancora pagana, Gimbutas si è rifugiata in Austria per via della guerra. A Vilnius, in Lituania e più tardi a Vienna, a Innsbruck e Tubinga, ha studiato la linguistica, l'archeologia e le culture indoeuropee, ottenendo il suo dottorato a Tubinga, in Germania nel 1946. Nel 1950, in quanto esperta in materia di archeologia europea orientale, è diventata ricercatrice ad Harvard, dove è rimasta per dodici anni. Nel 1963 si è trasferita all'UCLA, dove ha insegnato come professore onorario di archeologia europea per molti anni. È l'autrice di più di venti libri, comprese opere ben note come Il linguaggio della dea, La civilta della dea, e Dee e dei dell'Antica Europa.
Marija Gimbutas (settembre 1989), presso la Kerbstone 52, a Newgrange in Irlanda

Abbiamo intervistato Marija nella sua bella casa di montagna che abbonda di figure di dèe dai seni opulenti e dalle ampie anche e di altri oggetti archeologici trovati nelle gole di Topanga, in California, il 3 ottobre 1992. Quando Marija è morta il 2 febbraio 1994, ci siamo sentiti molto tristi ma fortunati per aver avuto modo di trascorrere del tempo con lei prima che se ne andasse. Benché abbia lottato contro un cancro linfatico per numerosi anni, Marija fu estremamente vitale e attiva sino alla fine. Il 27 giugno 1993, il museo di Frauen a Wiesbaden in Germania le ha dedicato una vasta esposizione, "Il linguaggio della dea" e lei era lì per ricevere quest'onore.
Dopo aver trascorso molti anni della sua vita in un relativo anonimato, Marija sembra essersi meravigliata nello scoprire sino a qual punto fosse diventata popolare. Malgrado questo tributo, era sempre umile ed amabile. Marija era incredibilmente calorosa, dagli occhi pieni di vita e di modi tali da farvi sentire bene in sua compagnia. Appariva sensibile e graziosa e malgrado ciò dotata di forza. Vi era qualcosa di atemporale in Marija che la rendeva donna dai numerosi tempi e luoghi e la dea è parsa brillare attraverso lei... (leggi testo completo)

 
     
 

Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo.

21 marzo 2013

di Anna Schgraffer

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Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo.- Roma, Venexia, 2013 709 p., ill. 28,00€ ISBN 88-97688-32-7

Questo libro della filosofa tedesca Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali., ora pubblicato nella prima traduzione italiana, è considerato l'opera principale della fondatrice dell'Accademia Internazionale HAGIA per gli Studi Matriarcali moderni. L'opera, nata in lingua tedesca (in più volumi, 1988-2000), è stata poi pubblicata in inglese nel 2012 e su questa versione inglese si basa la traduzione italiana.

La filosofa, dopo aver lavorato in ambito accademico (dal 1973) presso l'Università di Monaco di Baviera, si è distanziata da quel mondo poco incline ad accogliere e nutrire la sua radicalità di visione e si è dedicata alla fondazione dell'Accademia HAGIA, proseguendo così il percorso in modo totalmente indipendente. L'indipendenza, pur all'interno di un nuovo ambito condiviso e frequentato anche a livello di esperienze (feste, celebrazioni, riti), è stato il presupposto per poter offrire con quest'opera un sapere non convenzionale. Cioè fondato su nuove basi elaborate dall'autrice e offerte come uno strumento di ricerca scientifica utilizzabile da altri.

Finora poco conosciuta in Italia, Göttner-Abendroth è colei che ha ideato e diretto i primi due congressi mondiali di Studi Matriarcali, quello del 2003 in Lussemburgo e quello del 2005 in Texas. All'epoca, i suoi testi non erano ancora disponibili in versione inglese, e ciò rese difficile la comprensione del suo pensiero alle altre partecipanti, dando luogo a non pochi malintesi. Ora la lacuna è in parte colmata anche per quanto riguarda il pubblico italiano.

Il libro è un giro del mondo in 700 pagine, un'avventura della conoscenza nelle quattro direzioni, che si è avvalsa della collaborazione e dell'apporto di un gran numero di persone, fra cui molte studiose indigene delle società matriarcali. Esso si apre con due pagine di chiarimenti sulla terminologia. Sull'uso dei termini "matriarcato" e "matriarcale" si può vedere l'articolo pubblicato su queste pagine [1]... (leggi testo completo)

[1] A.Schgraffer, Un filo di Arianna ingarbugliato , in: Leggere Donna n.159/2013

 
     
 

I popoli matriarcali delle montagne della Cina.

di Heide Goettner Abendroth

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Capitolo 5 - Heide Goettner Abendroth - I popoli matriarcali delle montagne della Cina.

A Gan mu, madre montagna dei Moso,

a Hsi wang mu, regina madre dell'ovest della montagna Kunlun

5.1 Le popolazioni indigene della Cina

Nel corso della loro lunga storia le popolazioni montane della Cina sono state gradualmente assorbite all'interno della vasta cultura patriarcale cinese della pianura e di conseguenza sono cambiate nel corso del processo. Tuttavia, più lontano vivevano dal "Celeste Impero" e più oggi è possibile riconoscere le loro strutture sociali di origine.

La civiltà tibetana un tempo si estendeva dal confine indiano fino alla Grande Muraglia che divideva le terre pianeggianti da quelle montane. Le tre province cinesi più a ovest comprendono spettacolari catene montuose intercalate da profonde valli fluviali: le tipiche zone impervie e selvagge del Tibet. La provincia del Gansu nel nord-ovest abbraccia parte delle montagne del Kunlun, con le sorgenti del Hwangho, o Fiume Giallo; è il territorio dei Tibetani del nord che abbiamo menzionato prima. I Tibetani in cinese vengono chiamati Chiang (mappa 2). A sud del Gansu, intorno al tratto superiore del Fiume Azzurro, o Yangtze, in prossimità delle montagne occidentali, si trova il Sichuan, dove vivono i Va , ossia quello che resta dell'antica popolazione indigena. Strettamente imparentati con i Khasi dell'Assam, popolavano un tempo tutta l'Asia del Sud-est. Ancora più a sud, nella provincia dello Yunnan, dove ancora oggi continuano le migrazioni dei popoli della montagna (mappa 2), scorrono paralleli i tratti superiori dei fiumi del sud-est asiatico. L'organizzazione sociale di queste popolazioni era matriarcale e in parte lo è ancora oggi. Nelle cronache cinesi la regione viene infatti chiamata "Nu kuo", "il Regno delle Donne". Verso il 750 a.C., come riportano gli annali, sui confini tibeto-cinesi si trovava il regno delle donne che si spingeva fin nel lontano ovest (l'odierno Tibet) e verso est (fino alle montagne dell'attuale Cina occidentale, a est del Tibet). La maggior parte dei siti archeologici delle antiche culture matriarcali del Neolitico e dell'età del Bronzo sono stati rinvenuti in queste regioni.[1]

Anche le popolazioni orientali della Cina migrarono verso sud. Gli Yao abbandonarono il cuore della cultura patriarcale cinese, nell'Hunan e nello Shandong, per seguire la costa verso sud e formare, insieme ai Tan , la cultura yue della Cina meridionale, che si distingueva per molti aspetti da quella patriarcale del nord. I due popoli finirono poi per stanziarsi nella regione intorno al golfo di Tonchino, dove vivono ancora oggi (mappa 2).[2]

Le cosiddette culture marginali della Cina - che tutto sommato non si svilupparono ai margini, ma vi furono spinte - comprendono circa 800 tribù che contano in totale 15 milioni di persone. [3] Nessuna di queste culture è cinese, perciò non ci riferiamo a loro con l'etichetta cino-centrica di "culture marginali", ma con quella di "popolazioni indigene della Cina". I Chiang sono tibetani, non cinesi. I V a ( La, Na ), come i Lao , i Naxi e i Moso (detti anche " Na ") sono, al pari dei Khasi, di origine tibeto-birmana e costituiscono quel che oggi resta dei popoli matriarcali che vivevano lì prima dell'arrivo dei Cinesi. Abitano alle pendici dei monti e appartengono all'antichissimo ceppo linguistico mon-khmer. A causa della pelle scura e delle loro pratiche culturali non cinesi sono stati degradati dalla storia con il nome di "wu man", o "barbari neri". I Tai ( Dai ), imparentati con i popoli tai malesi, che preferiscono le valli e le pianure, non vengono trattati meglio: per via della loro pelle chiara hanno finito per essere chiamati "pai man", o "barbari bianchi". Gli Yao e i Miao formano un gruppo ibrido tibeto-cinese con una propria lingua, eppure anche loro vengono chiamati "man", o "barbari".[4] Gli antichi Greci patriarcali riservarono più o meno lo stesso trattamento alle popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo! Dopo aver subito gli eccessi della rivoluzione culturale comunista (1966-1976), oggi in Cina le popolazioni indigene matriarcali stanno ricevendo il sostegno del governo e un'attenzione, per così dire, più scientifica, ed entrambe le cose causano la loro parte di problemi.

 

5.2 I Moso della Cina sudoccidentale

Nel 1993 mi trovavo a condurre un viaggio di ricerca per sole donne sotto l'egida dell'Accademia Internazionale HAGIA, presso i Moso, che nello Yunnan sono circa 30.000, più altri 10.000 nel Sichuan. Abbiamo viaggiato su strade rurali che si restringevano progressivamente in sentieri sabbiosi attraverso paesaggi montani selvaggi, fino allo spettacolare scenario del lago Lugu, a 10.000 metri sopra il livello del mare. Il confine tra le province dello Yunnan e del Sichuan passa attraverso il lago e il Tibet non è molto distante. Abbiamo visitato gli ospitali Moso (o Na ) che vivono sul lago, nelle montagne circostanti e vicino la valle montana di Yongning. Grazie agli interpreti abbiamo potuto parlare con loro e farci così un'idea di come vivono[5]... (leggi testo completo)

 

[1] Vedi Albert Herrmann (a cura di), An Historical Atlas of China , Norton Ginsburg (ed. gen.), prefazione di Paul Wheatley, Edinburgh University Press, Edinburgh 1966 (nuova edizione); basato su Albert Herrmann (a cura di), Historical and Commercial Atlas of China , pubblicato nel 1935 dall'Harvard-Yenching Institute (serie monografica, vol. 1), Harvard University Press, Cambridge. Vedi anche W. Eberhard, Kultur und Siedlung der Randvölker Chinas , Brill, Leiden 1942, p. 278.

[2] Inez de Beauclair, Tribal Cultures of Southwest China , Oriental Cultural Service, Taipeh 1970, pp. 3-8.

[3] Per un'indagine esaustiva sulle 800 popolazioni emarginate della Cina vedi W. Eberhard, Lokalkulturen im Alten China , Brill, Leiden 1942.

[4] Vedi A. Herrmann, ibid., W. Eberhard ( Lokalkulturen ), ibid.

[5] Vedi Heide Goettner-Abendroth, Matriarchat in Südchina. Eine Forschungsreise zu den Mosuo ( Il matriarcato della Cina meridionale. Viaggio di ricerca presso i Moso) , Kohlhammer Verlag , Stuttgart 1998. Il viaggio si è svolto in collaborazione Iris Bubenik-Bauer, esperta di cultura cinese. Di straordinario aiuto è stato anche il professor Lamu Gatusa, etnologo moso.

 
     
 

Un filo di Arianna ingarbugliato: come districarlo?

14 febbraio 2013

di Anna Schgraffer

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Con il ritorno in libreria di importanti riferimenti culturali come i due libri di Riane Eisler, Il Calice e la Spada e Il piacere è sacro [1] , ma anche la prima pubblicazione italiana di La civiltà della Dea di M.Gimbutas [2] e le successive occasioni di discussione e di confronto, si ripropone con forza la questione dell'uso dei termini con i quali le studiose, le femministe e le ricercatrici e i ricercatori che si interrogano e si confrontano su possibili alternative anche politiche, denominano i periodi della presenza umana sulla terra in cui il patriarcato non c'era ancora, o rispettivamente quelle società residue in cui tuttora non se ne riscontrano i connotati. Anche il termine stesso "patriarcato" rientra nel novero dei termini sui quali non c'è concorde accettazione. Ma mentre questo vocabolo può essere usato con valore piuttosto univoco (nel senso che tutte sanno di che cosa si sta parlando, anche quando affermano - poniamo - che è ormai morto ), per quanto riguarda l'alternativa e quindi anche la parola o le parole per definire il tipo di relazioni sociali che è esistito in precedenza, o che si auspica per il futuro, la diversità dei termini adottati provoca un dissidio.

Il filo conduttore del ricordare quali siano (state) le radici della "civiltà del tramonto", la civiltà occidentale, che oggi manifesta così evidenti segni di declino, è quello che accomuna le ricerche e le vie percorse, ed è un peccato che una così rilevante comunanza di intenti, un così prezioso filo di Arianna resti ingarbugliato per una difficoltà tutto sommato superabile con un po' di pazienza. È possibile forse uscire da tale impasse?

Al centro del "garbuglio" vi è dunque in primo luogo il binomio matriarcato / patriarcato, che viene respinto da alcune (per esempio Eisler) con la motivazione che "matriarcato", componendo una coppia di opposti con l'altro termine, fa pensare a una società in cui il potere rimane gerarchico e piramidale, solo che al vertice ci stanno le donne anziché gli uomini. Non è mai esistita, e non è quello che perseguiamo. Dopodiché si adotta la coppia di principi opposti dominio / partnership. E il termine "gilania", che Eisler ha coniato per definire quale società sia desiderabile, descrive le stesse qualità di relazioni sociali a cui aspirano anche le altre ricercatrici, poiché sono descritte come relazioni in cui non sia istituito il predominio / sottomissione ma una condizione di eguaglianza, potere orizzontalmente diffuso e libertà dalla violenza. Usando parole diverse, esprimono intenti comuni... (leggi testo completo)

 

[1] R. Eisler, Il Calice e la Spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi , Udine : Forum 2011 . R. Eisler , Il piacere è sacro. Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria a oggi , Udine : Forum, 2012.

[2] M. Gimbutas , La civiltà della Dea , vol.1, a cura e tradotto da M.Pelaia, Viterbo : Stampa Alternativa, 2012.

 
     
 

Il piacere è sacro: Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria a oggi.

28 gennaio 2013

di Anna Schgraffer

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Riane Eisler Il piacere è sacro : Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria a oggi. - Prefazione di Antonella Riem Natale - Udine, Forum, 2012 684 pp. 28,50€

Questo è il secondo libro di Riane Eisler, uscito per la prima volta nel 1995 negli Stati Uniti, dove lei, nata a Vienna, si era rifugiata con la famiglia per sfuggire alla persecuzione nazista. Il suo primo libro, il saggio Il Calice e la Spada , ripubblicato in italiano nel 2011 (recensione su queste pagine di Paola Parodi), a suo tempo aveva avuto diffusione in molti Paesi del mondo. Visto il successo della nuova edizione italiana, poco tempo dopo l'editrice Forum ha pubblicato anche questo, che in Italia apparve una prima volta nel 1996 con Frassinelli e praticamente fu subito messo in disparte. La traduzione è sempre la stessa, di Maura Pizzorno, ma c'è un nuovo prologo dell'autrice, una prefazione di Antonella Riem Natale, un "glossario mutuale", una bibliografia aggiornata, una nuova immagine di copertina e un nuovo sottotitolo concordato con l'autrice: Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria a oggi ,. Il sottotitolo originale invece significa: Il sesso, il mito e la politica del corpo. Nuovi percorsi per il potere e l'amore .

 

Come nel primo libro, anche qui Eisler distingue fra relazioni sociali basate sulla dominanza, o dominio, e quelle basate sulla partnership. Nelle une c'è sottomissione, nelle altre no. A rigore, nelle une il potere viene esercitato dall'alto verso il basso; nelle altre è distribuito in modo orizzontale, diffuso, ugualitario (è il vocabolo da lei usato). L'autrice fa riferimento anche alla coppia di termini matriarcato/patriarcato, ma preferisce non usare questa terminologia; una scelta che invece non è condivisa dalle studiose nell'ambito di lingua tedesca... (leggi testo completo)
 
     
 

La civiltà della Dea.

21 luglio 2012

di Anna Schgraffer

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Marija Gimbutas : La civiltà della Dea , volume 1. Traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia. Viterbo, Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2012.

Ci sarà un motivo, se il merito di pubblicare la prima edizione italiana di La civiltà della Dea , di Marija Gimbutas, volume 1, se lo aggiudica la casa editrice Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri invece che, poniamo, l'editore Stampa Diregime o Edizioni Taci & Acconsenti. Probabilmente - se si tratta di "stampa alternativa" di nome e di fatto - sarà un'opera non del tutto in linea con il pensiero dominante, con la visione dominante, con la narrazione dominante. E infatti quest'opera che, non sia detto per polemica, esce in italiano a soli 21 anni dalla data di copyright dell'edizione originale, pur essendo considerata la più importante, porta nelle pagine finali una nota della curatrice Mariagrazia Pelaia che afferma a un certo punto: "Eppure, nonostante questi esempi di lusinghiero riconoscimento, ho notato una certa ignoranza del suo nome e della sua opera fra gli studenti di archeologia italiani, ma anche fra alcuni professori, forse per l'abitudine di privilegiare lo studio dell'archeologia classica nel nostro Paese". Ecco, questa ignoranza (non lo dico per polemica) è stata notata da più parti; forse come dice la curatrice c'è un'abitudine, e io aggiungerei forse anche un'inclinazione, a porre lo sguardo e l'attenzione su argomenti, temi e in sostanza una narrazione della storia umana che rinforzi l'idea dominante, cioè: "Da che mondo è mondo, non è mai esistito un ordine sociale senza guerre, senza violenze, odio e sfruttamento e senza gerarchie sociali. Quindi, non potrà mai esistere neanche in futuro". Questo è il paradigma che predomina. Questa la posta in gioco.

Tuttavia non è (ancora) universalmente condiviso, ed esistono - come dire - delle sacche di resistenza che hanno una straordinaria fortuna: possono vedere la storia umana anche togliendosi dalle pupille le lenti della narrazione dominante, e riuscire a leggere anche altro, per esempio anche "il linguaggio della Dea". Questo non è solo un linguaggio realmente esistito e condiviso nella civiltà del Danubio (Harald Haarmann 2011), ma è tuttora esistente e presente fra noi, anche se poco visibile e marginale, o forse nascosto. È anche il titolo del libro di Gimbutas pubblicato in Italia per primo: Il linguaggio della Dea : mito e culto della dea madre nell'Europa neolitica, prima pubblicazione Longanesi 1990... (leggi testo completo)

 
     
 

Das Rätsel der Donauzivilisation: Die Entdeckung der ältesten Hochkultur Europas.
L'enigma della civiltà danubiana. La scoperta della più antica civiltà europea.

21 maggio 2012

di Anna Schgraffer

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Harald Haarmann, Das Rätsel der Donauzivilisation : Die Entdeckung der ältesten Hochkultur Europas, Verlag C.H. Beck, 2011

Era il 1956 quando la grande Marija Gimbutas, archeologa e linguista lituana, studiosa del Neolitico e dell'Età del Bronzo, introdusse la sua cosiddetta "ipotesi kurgan", che conferì valide ipotesi di soluzione alle questioni aperte riguardanti l'epoca delle nostre origini, i raggruppamenti degli abitanti della Vecchia Europa e una società senza organizzazione statale né gerarchie di alcun tipo, ma dotata di saperi, di tecniche e di culti rituali, poi sopraffatta dall'avvento del patriarcato.

Da allora, come si suol dire: ne è passata di acqua sotto i ponti! In particolare sotto i ponti del Danubio, che in tedesco è femmina, si chiama la Donau , nasce nella Foresta Nera e fluisce in un lungo corso fino al Mar Nero bagnando l'Europa sud-orientale. In epoche ancestrali, questo fiume era considerato divinità femminile e allora come oggi portava nel nome Dan / Danu , la sillaba che ne testimonia l'essenza divina (cfr. Georg Rohrecker, Die Kelten , Pichler V., 2011).

Mentre dunque le acque di quella che un tempo era chiamata la dea Dana, o Danu, hanno continuato a scorrere e talvolta a esondare più o meno selvaggiamente, le teorie e le ipotesi raccolte nel lavoro monumentale di Marija Gimbutas hanno trovato via via nuove conferme "civilizzate", per così dire, cioè consacrate da quel carattere scientifico che sta così prepotentemente a cuore a tutti coloro che sono troppo spaventati dalla.esondazione della libertà selvaggia, insondabile e imperscrutabile della nostra comune madre, la natura.

 

Una testimonianza cospicua a favore del lavoro di Gimbutas è disponibile oggi con il libro di Harald Haarmann, Das Rätsel der Donauzivilisation , uscito a Monaco di Baviera nel 2011. Haarmann è uno dei più famosi linguisti a livello mondiale; di lingue ne conosce 22, fra cui molte antiche. La sua madrelingua è il tedesco, che è la lingua in cui ha scritto il libro, rigoroso nella concretezza e dotato della medesima apertura interdisciplinare già così feconda nell'opera di Gimbutas.

Il saggio riassume nei suoi contenuti i risultati di decenni di ricerche - molte delle quali sul campo - che hanno portato a delineare i contorni (e forse anche più dei contorni) di una civiltà esistita prima dei Greci, prima dei Mesopotamici, prima degli Egizi, che è testimoniata almeno a partire dal 7500 a.C. (primi reperti in ceramica) e che viene menzionata nel titolo appunto come enigma della civiltà del Danubio... (leggi testo completo)

 
     
 

Die Verkehrung: Das Projekt des Patriarchats und das Gender-Dilemma.
Il capovolgimento. Il progetto del patriarcato e il dilemma del "gender".

1 aprile 2012

di Anna Schgraffer

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Claudia von Werlhof - Die Verkehrung : Das Projekt des Patriarchats und das Gender-Dilemma. - Wien, Promedia Verlag, 2011 - ISBN 978-3-85371-332-7 - (Stampato con il sostegno del Ministero austriaco della Ricerca Scientifica)

È uscito a Vienna l'anno scorso un libro della professoressa Claudia von Werlhof, politologa, titolare - ora a riposo - della cattedra di Ricerca sulle donne ( Frauenforschung ) e Teoria Critica del Patriarcato presso l'Università di Innsbruck.

Si tratta di un saggio intitolato Die Verkehrung cioè "Il capovolgimento" oppure "Il ribaltamento" oppure "Il mondo a testa in giù". Il saggio si apre su una constatazione: cioè che il fatto stesso di parlare di patriarcato sia diventato oggi un tabu. Perfino nominare il "capovolgimento" in quanto tale è un atto che attira attacchi e addirittura aggressioni che vanno ben al di là di una normale dialettica. E a proposito di normale dialettica, va detto subito che la traduzione in italiano di questo libro è auspicabile poiché esso fa riferimento esplicito, e critico, alla dichiarazione di "morte del patriarcato" della Libreria delle Donne di Milano (1996).

 

Von Werlhof è invece molto più vicina al pensiero espresso da C. Merchant in La morte della natura . La morte di Madre Natura è l'utopia delle utopie, quella che contraddistingue tutta quanta l'impresa patriarcale dal principio ad oggi, e questo progetto utopico - nell'insonne tentativo di concretizzarsi - ha portato alla realizzazione di sempre più gravi attacchi all'equilibrio ambientale, nel tentativo impossibile di liberarsi di questa Madre, e delle donne depositarie del suo sapere/potere (di procreare). Il tentativo è quello di rendere concreta l'uccisione, la soppressione di chi detiene questo potere, per far posto alla creazione artificiale, che però - questa è la tesi dell'autrice - passa attraverso la distruzione, esattamente come il patriarcato si è imposto passando attraverso la distruzione dell'ordine sociale antecedente .

 

Il pensiero di von Werlhof si chiarisce a partire dalla terminologia.I termini patriarcato e matriarcato vengono da lei usati per indicare due paradigmi, non due fasi storiche distinte. Infatti fa riferimento a una etimologia della parola arché che non si ferma all'interpretazione (secondaria e successiva) del termine come "dominio, posizione principale di comando", bensì risale l'etimologia fino al significato di "origine, inizio" in quanto "recipiente stretto, contenitore, segreto, porta stretta (vagina)"; e in corrispondenza il verbo greco antico archein significa dapprima "proteggere, custodire", poi "iniziare" e infine "dominare"(fonte: Dizionario della lingua tedesca Wahrig 1986, pag. 184). Quindi matriarcato e patriarcato sono due vocaboli che per l'autrice indicano rispettivamente il paradigma di un pensiero in cui "all'origine è la madre" e quello in cui "all'origine è il padre". A partire da un concreto arché come "contenitore stretto" si passa quindi per astrazione al significato di "origine", "inizio, principio", e dal "principio" alla "posizione principale di comando" il passo è breve. Almeno in astratto. Nel concreto invece è un passaggio lungo e doloroso che comprende, l'assoggettamento, l'aggressione, l'uccisione, la sottomissione delle donne e la guerra che Eraclito chiamò "madre di tutte le cose".

Il termine matriarcato , rispettando questa terminologia, è da interpretarsi come "organizzazione o assetto dei rapporti sociali basata sul paradigma che mette all'origine la madre". Con questo pensiero in mente, Gustave Courbet dipinse nel 1866 il famoso quadro L'origine del mondo... (leggi testo completo)
 
     
 

Il Mito della creazione nella tradizione Mosuo.

7 maggio 2008

di Stefano Zamblera

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Da: Appunti di studio sulla storia dell'etnia Naxi e della frequentazione umana nella regione di Lijiang.

All'inizio dei tempi, quando il cielo e la terra si erano appena formati e la luna ed il sole non erano ancora apparsi, non vi era luce, nono vi era alcuna stella e nessuna nuvola. Più tardi, quando 9 soli (128 il numero dei soli richiama la storia dell'arciere Yi (archer) che, ai accordo con lo studioso Wolfman Eberhard, avrebbe dovuto essersi sviluppato in una matrice culturale Ba, un'antica cultura dello Sichuan orientale (cfr. Eberhard W., the local cultures of South and East china pp 80 - 87)) e la terra vennero cotti, 8 dei soli si bruciarono e dunque ne rimase solo uno. Dopo vi furono 9 lune, e tutte le cose nel mondo si congelarono sino a quando 8 delle lune non si sciolsero e rimase solo una luna (129 il mito Naxi tramanda di 7 lune in opposizione a 9 soli e si basa sull'opposizione sessuale di sole e luna. Il numero dei soli e delle lune all'interno dei miti inerenti alla genesi ed alla creazione sono citazioni calendriche (calendrical) che indicano lo stabilirsi di un apparentemente naturale tempo organizzato (ed evntualmente lo stabilimento di un ordine politico), che si muove da una situazione di eccesso sino al raggiungimento di un equilibrio con il bilanciamento di notte e giorno. Il numero 7 è un riferimento simbolico tipicamente lunare e femminile, così come la cultura Mosuo spesso associa questo numero alla luna, alla donna. L'uso simmetrico del numero 9 in questo caso commenta circa la piccola attenzione dedicata dallatradizione Daba al genere maschile. I Daba, infatti, utilizzano 2 serie di parole per luna e sole: Nima - Dawa di origine tibetana e Nidi Hlini parole Mosuo, di cui le prime fanno la luna femminile ed il sole maschile, mentre le seconde fanno il sole femminile e la luna maschile. I daba di Labei utilizzano ordinariamente le parole tibetane Nima e Dawa). Allora apparve l'umanità sulla terra. Il dio del cielo venne sulla terra e dopo anche la dea del cielo Gugumi, ed essi ebbero un bambino: nel cielo vi era una stirpe di dei, e sulla terra vi era il bambino degli dei. Gugumi diede la nascita a tre figli. (130 - la nascita di 3 figli ed il loro destino costituisce uno dei punti fondamentali del mito Yi delle montagne di Liangshan, prossimi ai Mosuo. La nascita dei 3 fiugli costituisce anche la conclusione del mito Naxi. L atrasformazione dei campi a pascoli suggerisce e riflette un cambiamento della produzione agricola al astoralismo.) Una mattina i figli trovarono una grande rana che stava rovinando i campi che avevano coltivato: usando una magia la rana fece ritornare i campi al loro stato originario, così che nessun solco potesse più essere visto, e la terra restituì le piante coltivate (131 - il mito Naxi segue la stessa trama, vi sono solo 2 fratelli). Iil fratello maggiore e medio tentarono di colpire la rana, ma il più giovane, Codeiliusso, la protesse. La rana dorata era una divinità amica venuta sulla terra per avvertire i tre fratelli dell'imminente venuta di una grandissima alluvione (132 - il mito del diluvio o dell'alluvione è il tema centrale di tutti i miti dello Yunnan. La rana costituisce un motivo altaico (mythical motif of Altaic) e delle culture della Cina meridionale. La rana è un animale lunare, associato alle alluvioni, ai disastri, ma anche alla rigenerazione. Sebbene la rana giochi un ruolo importante all'interno della mitologia Naxi, non ha alcuna delle importanze che i Mosuo le attribuiscono. Nella genesi Naxi l'animale che trasforma i campi dei fratelli è un maiale, ma anche il maiale è un animale lunare. Cfr C. Hentze, Mythes et symboles lunaires, Antewerp, Editions de Sikkel, 1932: 28). La rana risentita del comportamento dei due fratelli allora disse a Codeiliusso come trovare scampo dal disastro e suggerì come ingannare i due fratelli così che sarebbero morti (133 - ) Codeiliusso sopravvissuto all'alluvione rimase l'unico uomo sulla terra, i suoi due fratelli erano annegati. Codeiliusso era solo e vagava per la terra desolata disperato. Egli cercò l'aiuto dei suoi genitori, gli dei della montagna, allora il dio gli disse di andare a combattere e sconfiggere il demone che stava giungendo sulla montagna. Codeiliusso colpì ed uccise il demone e rassicurò il dio della montagna dal cuore buono. Il dio dal cuore buono disse a Codeiliusso che avrebbe potuto trovare una compagna presso il lago dove le donne celesti erano solite recarsi per il bagno il 1° giorno dell'anno. 134 Codeiliusso andò al lago. Qui incontrò la principessa celeste Mumigugumi (135 - il motivo del lago è simbolo della fertilità femminile) e le sue due sorelle sotto la luce della luna. Egli segui Mumigugumi in cielo per sposarla, ma la vecchia madre del cielo (136 - Mumigugumi significa la donna dall'occhio verticale, mentre il nome della sorella Mumijiajiami singnifica la donna dall'occhio orizzontale. La stessa citazione compare anche nel mito Naxi della creazione e nel primo mitico antenato degli Yi dello Yunnan nordoccidentale, un essere umano dall'occhio verticale. Cfr. Yizu Chuanshi Chi the history of the creation of the Yi Nationality: 17. nel mito Naxi la principessa celeste ha un padre ed una madre, ma solo il padre ha un ruolo dominante in quella famiglia; nel mito Mosuo è il contrario) reclamò della puzza degli esseri umani. Mumigugumi tentò di trovare una scusa per il suo amante spiegando alla madre che quello che sentiva non era odore di essere umano, ma l'odore del sudore dei cavalli e degli asini. Ma la vecchia madre non era sciocca: dunque ribatté a Mumigugumi che in cielo non vi era alcuna strada in cui il cavallo avesse faticato per portare pesi, e non vi fosse alcun campo in cui l'asino avesse sudato per mietere il raccolto, dunque Mumigugumi dovette ammettere che aveva portato Codeiliusso in cielo. Quando la madre scoprì che Codeiliusso intendeva sposare sua figlia disse: " tu sei della razza dei terrestri, e noi siamo della razza degli dei, dunque come è possibile che cielo e terra si uniscano? Come possono fuoco ed acqua legarsi insieme? " Nonostante questo accettò la sua richiesta a patto che l'uomo lavorasse per ottenere la sua sposa. Dunque ingaggiò i superuomini incaricandoli di disperdere Codeiliusso (137 - ), chiedendogli di abbattere 9 intere foreste in un giorno, di bruciarne la legna, e di ripulire le ceneri del suo lavoro durante lo stesso giorno. Infine, la madre, chiese a Codeiliusso di mungere per tre tazze di latte di tigre 138. Ogni volta l'essere umano soddisfece le richieste della sua futura suocera seguendo le istruzioni di Mumigugumi che conosceva le formule magiche (139 - questa differenziazione sessuale è un motivo molto comune nei miti e nelle leggende di tutto il mondo, ma la versione Mosuo è peculiare perchè la principessa celeste non trasferirà mai o relinquish i suoi poteri a Codeiliusso.) La madre celeste dovette acconsentire al matrimonio a patto che lo schiavo avesse esaudito questa ultima richiesta. Ella trasformò le sue tre figlie in una serpentesca, una tigre ed una leopardessa e dunque annunciò a Codeiliusso che avrebbe dovuto scegliere fra queste 3. Lasciato alle sue uniche forze, Codeiliusso tremante di terrore, scelse la più terrificante delle bestie: la serpentessa. (140 - nella simbologia Qiang e Mosuo la tigre ed il leopardo sono associati ai concetti di potere ed aristocrazia; il serpente è associato alla fertilità, alla pioggia ed all'autoctonia. Codeiliusso sposa il serpente, cioè una principessa Nagi, e questo stabilisce il suo diritto all'occupazione) Sfortunatamente, la serpentessa era la sorella di Mumigugumi, Mumijiajiami. Codeiliusso allora dovette lasciare il cielo ed il suo vecchio amore Mumigugumi, e discese sulla terra con Mumijiajiami, sua moglie. Mumijiajiami costruì una casa e cucì dei vestiti mentre Codeiliusso arava e coltivava i campi con le sementi che sua moglie rubò dal paradiso. Nel frattempo, Mumigugumi osservava dal cielo. Vide i campi verdi, ed il suo cuore era grigio della rabbia e del risentimento al pensiero della felicità di sua sorella e di Codeiliusso. Mumigugumi che prima fu innamorata di Codeiliusso adesso avrebbe desiderato prendere la sua vendetta su sua sorella e sul suo amante infedele 141 Anche lei discese sulla terra e si trasformò in una capra selvatica. Corse e distrusse i campi che Codeiliusso aveva coltivato. Codeiliusso allora la inseguì nella parte più profonda della foresta e quando egli si era allontanato tantissimo da casa, Mumigugumi riprese le sue sembianze. La principessa celeste sedusse Codeiliusso con cibi dolci e riuscì a farlo cadere in un sonno incantato molto lungo. Dopo ciò si trasformò in una scimmia maschio e si recò dalla sorella. La ingannò convincendola a sposarlo e conducendola nelle alte montagne 142 dove avrebbero vissuto di frutta selvatica e vestito delle foglie degli alberi. Questo accadde sin quando Mumijiajiami non sottostette più all'inganno e dunque tornò alla sua casa. Mumijiajiami diede alla luce due figli metà scimmia, un maschio ed una femmina; sua sorella Mumigugumi fu soddisfatta e dunque tornò in cielo dopo aver ripreso le sue sembianze. 143 Codeiliusso si svegliò Codeiliusso però era ormai avanti negli anni e di suoi capelli divennero bianchi. Si recò a casa per amare sua moglie, ma era troppo vecchio per generare l'umanità. Quando vide il figlio e la figlia di Mumijiajiami, mezze scimmie, era pieno di orrore e pietà, ma non ebbe scelta. Dovette accettare questa prole dispiacevole come sua. Codeiliusso allora prese una giara di acqua calda e la versò sopra i bambini, riuscendo così a staccare il vello delle scimmie dai corpi, e dunque trasformandoli in esseri umani. Le generazioni dell'umanità discendono una dopo l'altra da questi primi fratello e sorella 144. (leggi testo completo)

 
     
 

Il Mito Naxi sulla creazione del mondo.

7 maggio 2008

di Stefano Zamblera

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Da: Appunti di studio sulla storia dell'etnia Naxi e della frequentazione umana nella regione di Lijiang.

Il mito della creazione secondo i Naxi è conosciuto sia dalla cronaca genealogica di Mu Gong del 1516, sia dalle cerimonie sciamaniche Dongba che ne recitano la storia per rievocarne gli effetti ed il potere creatore, così da provocare la ripetizione della creazione stessa. (Mathieu, 2003)

La cronaca di Mu Gong del 1516 riferisce delle origini della famiglia reale Mu come direttamente collegata al 1° essere umano apparso sulla terra, dalla cui discendenza ebbe origine il mitico eroe diluviano Cosseilee'ee, a sua volta padre di 3 figli, rispettivamente fondatori e capostipiti dei popoli Tibetano, Naxi e Bai.

La parte relativa alla mitica storia della creazione era scritta in pittogrammi Dongba che la rendevano incomprensibile agli stessi Mu contemporanei del Rock; il significato del lavoro di Mu Gong nella sua cronaca del 1516 è un tentativo di ricostruzione della storia della propria famiglia riallacciandola alle mitiche origini dell'universo secondo la tradizione Naxi, basandosi quindi sui manoscritti Dongba, nel tentativo di legittimare così la leadership della famiglia Mu al potere nella regione di Lijiang/Yongning.

Il mito della creazione dell'universo Dongba è una sorta di poema cantato in versi di 5 sillabe (Rock, 1947; Mathieu, 2003) e narra la storia della creazione del mondo ad opera delle divinità Ddu e Sei (che personificano il principio maschile e femminile) con la separazione delle acque, la stabilizzazione della terra e del cielo grazie alla fondazione del monte sacro Junasiluo la cui base consentì alla terra di smettere di tremare e la cui vetta sostenne le volte celesti.

Dopo questo impulso creativo ed il suo assestamento apparve il primo antenato, chiamato Mee-ssa Cu Cu (la cui traduzione potrebbe rendere Cu cu il divino, il celestiale) e dal quale provenne Cosseilee'ee, IX generazione di Mee-ssa Cu Cu, che sarà l'eroe Naxi del mito della creazione.

Cosseilee'ee ebbe 5 fratelli e 6 sorelle e,

"siccome nel mondo non vi era altro essere umano, allora fratelli e sorelle divennero mariti e mogli"

popolando così la terra attraverso matrimoni incestuosi.

A questo punto la cronaca ha una grande discrepanza: i fratelli di Cosseilee'ee si riducono misteriosamente a 2, Jigu e Kuagu e le 6 sorelle scompaiono dal racconto.

Jigu e Kuagu offendono Ddu e Sei e feriscono i loro antenati e dunque il buon Cosseilee'ee cerca di rimediare agli insulti dei fratelli curandone le ferite: gli dei lo ricompensano annunciandogli che è ormai imminente una enorme alluvione a causa dell'incesto che i suoi fratelli hanno commesso.

Cosseilee'ee avrebbe potuto salvarsi mantenendosi in buoni rapporti con gli dei e cercando riparo in una sacca di pelle; egli seguì quanto gli dei suggerirono prendendo con se un cucciolo di cane, un pulcino ed un agnello per popolare il nuovo mondo.

Il diluvio iniziò e dunque Cosseilee'ee si salvò mentre i suoi fratelli e tutta l'umanità perì.

Cosseilee'ee, al termine del diluvio era disperato perché non vi era nessuna donna con cui unirsi per le future generazioni, e dunque egli ottenne dagli dei di poter ascendere in cielo e scegliere una delle 3 principesse: una aveva occhi verticali, l'altra occhi obliqui, la terza occhi orizzontali.

Sebbene gli dei lo avvertissero di scegliere colei dagli occhi orizzontali perché buona di cuore, Cosseilee'ee preferì la più bella delle 3 principesse e dunque scelse la principessa dagli occhi verticali.

La loro unione però fu infelice perché non poteva procreare alcuna generazione di uomini, ma generò animali e piante.

Cosseilee'ee dunque, disperato, volle recarsi nuovamente nei cieli per cercare una moglie che potesse unirsi e procreare future generazioni di uomini, e questo proprio nel momento in cui la principessa Coheibubami discendeva verso la terra in cerca di un marito...s'incontrarono nel luogo dove il Bianco ed il Nero si uniscono, si innamorarono e dunque ritornarono insieme verso il paradiso.

Ma il padre di Coheibubami, il dio celeste Apu, astio contro gli uomini e contrario al matrimonio dei due dichiarò di acconsentire l'unione solo dopo che Cosseilee'ee avesse dimostrato il suo valore superando prove incredibili.

Con l'aiuto delle formule magiche che Cosseilee'ee ricevette da Coheibubami riuscì a realizzare le gesta eroiche che si conclusero con l'impresa più eroica: la mungitura di una tigre, gesta dopo la quale Apu dovette, restio, accettare il matrimonio.

Coheibubami e Cosseilee'ee dunque presero cento animali domestici e cento piante e tornarono sulla terra discendendo la corda dorata e le scale argentee e, con l'aiuto degli dei Ddu e Sei giunsero finalmente incolumi sulla vetta del monte Junasiluo.

Coheibubami e Cosseilee'ee fecero ritorno sulla terra, ma non riuscivano ad avere figli sin quando non impararono e non praticarono la cerimonia di Sacrificio al cielo.

Solo allora Coheibubami ebbe 3 figli che però non potevano parlare, sin quando vennero implorati gli dei e dunque la prole ebbe il dono della parola.

Quando finalmente la prole ebbe il dono della parola, ciascuno di loro pronunciò una frase in 3 linguaggi diversi, rispettivamente in Tibetano, in Naxi ed in Bai, e dunque furono gli antenati fondatori dei tre popoli. Ognuno di essi venerò e propiziò diverse divinità: Tibetani e Bai venerarono Budda ed i Naxi venerarono i loro antenati ed il Cielo.

6 generazioni più tardi il discendente dei figli di Coheibubami e Cosseilee'ee eseguì la cerimonia del Sacrificio al Cielo ed egli venne benedetto con una prole di 4 figli, ed ognuno di essi divenne capostipite dei 4 clan Naxi: Se, Ye, He e Ma (gli eredi della famiglia regale, contemporanei al Rock, dichiararono di essere diretta discendente del clan Ye (Rock, 1947; Mathieu, 2003)

Come affermato precedentemente la storia della creazione dell'universo secondo la tradizione Naxi è prima di tutto un testo Dongba, un testo rituale, con una serie di formule magiche attraverso le quali il potere della creazione del mondo rivive e si ripete creando nuovamente le cose buone (tra cui, ovviamente, il popolo Naxi) e mantenendo confinati e sconfitti gli aspetti negativi quali fantasmi, demoni, la morte, la sterilità, ecc...

Ovviamente i brevi riassunti qui forniti non si avvicinano minimamente alla bellezza ed all'eleganza dei racconti Naxi e Mosuo, entrambi caratterizzati da uno stile variegato e vivace che arricchisce la storia con momenti di climax drammatici e pieni di patos, alternati a passi anche umoristici, ricchi di suspense per le avventure e le gesta di Cosseilee'ee che corrisponde all'eroe Codeiliusso del mito Mosuo.

Nella versione Dongba vi sono molti aspetti e temi ricchi di contenuti utili alla ricostruzione storica del popolo Naxi, come ad esempio il fatto di cui è già stato discusso in precedenza, che il figlio di Cosseilee'ee capostipite del popolo Naxi sia in posizione centrale fra il fratello capostipite dei tibetani e l'altro fratello capostipite dei Bai ad indicare, almeno in quel particolare momento, una situazione d'inferiorità che la regione di Lijiang stava subendo da parte dei tibetani e del regno Bai di Dali.

Per quanto riguarda il mito Mosuo, gli studiosi generalmente concordano nel ritenerlo una versione semplificata della genesi Naxi: l'eroe Codeiliusso è molto vicino a Cosseilee'ee, così come gran parte del mito segue la stessa linea conduttrice, ma questo punto di vista però non sembra oggettivo e soddisfacente.

Lamu Gatusa obbietta questa analisi precisando che l'interpretazione non possa essere considerata del tutto esatta, dato che come è stato anche evidenziato nel precedente commento sulla genesi Mosuo, all'interno del mito vi sono aspetti peculiari ed autenticamente Mosuo, assolutamente non Naxi, così come è altrettanto evidente che nella storia di Codeiliusso appaia un modello sociale Mosuo uomo-donna molto differente dal modello Naxi caratterizzato, dal dualismo sessuale maschio femmina del tutto assente nella storia Mosuo, che invece femminilizza radicalmente alcuni degli standard mitologici Naxi e dello Yunnan. (Mathieu, 2003: 402)

Nella genesi Mosuo la donna è la chiave centrale del mondo: Mumigugumi possiede ed impersonifica la conoscenza, la magia, la pazienza, la forza e la vendetta, l'astuzia, la bellezza, ecc..., e Mumijiajiami inventa l'agricoltura, costruisce la casa, tesse i vestiti, alleva da sola la prole, ecc...

La donna non è solo la divinità (la madre celeste, Mumigugumi e le sorelle), ma è anche la civiltà (la casa, l'agricoltura, realizzazione dei tessuti, la procreazione).

All'uomo sono additate ben altre qualità: ai fratelli di Codeiliusso appartiene la stupidità e l'inconcludenza, in contrasto con l'astuzia della madre celeste e di Mumigugumi, ed in un certo senso anche Codeiliusso stesso è un incapace perché, l'unica volta che nelle prove per conquistare Mumigugumi viene lasciato alle sue uniche forze sbaglia una scelta ponderante, e in quel momento così cruciale della vicenda egli trema di paura, infine sebbene a lui spetti "l'ultimo atto" della vicenda, ossia l'umanizzazione dei suoi figli, nella storia inoltre non è stato capace di procreare, visto che questi sono delle piccole scimmie, e cioè una prole adottiva.

Il mito della creazione Mosuo appare essenzialmente, come sostiene Shih Chuan kang "a gynocentric tale", (Shih Chuang Kong "The Moso": 172 - 174) un documento che assieme alla cronaca Tang di Dong Nu Guo attesta la presenza di un modello sociale matriarcale radicato e diffuso nello Yunnan nordoccidentale, le cui tracce potrebbero essere ricollegate ai dati che le ricerche archeologiche hanno messo in luce durante il Neolitico, prima della dinastia Xia e Shang, dal 5.000 al 3.000 a. C. circa, in alcune regioni della Cina, documentando tracce di un modello sociale matriarcale, Mu Xi Shi Zu ????, i cui echi sono presenti in fonti storiche e numerose leggende che tramandano le origini dei Clan,1 e che sembrano recar memoria di questa impostazione sociale, così come le evidenze archeologiche relative alle culture sviluppatesi lungo il bacino dello??HuangHe,2 e più precisamente alle culture di ??BanPo,3 ????YangShao,4 ?????MaJiaYao,5 ?????HeMuDu.6

All'interno di esse è evidente la centralità sociale delle donne, e la consuetudine di inumarle al centro delle sepolture, diffusissima nelle regioni di HuaXian7 e ShaanXi, è stato interpretato come dato per sostenere la centralità nella società ed all'interno dei Clan; ancora più marcata è la distinzione sociale nelle culture di ??BanPo,8 ??TaoSi,9 ??JiangZhai,10 nella regione dello ShaanXi, dove compare il corredo funebre.11

Ulteriore sostegno al ruolo centrale della donna proviene dallo studio etimologico dei nomi Pre-Qin dei funzionari imperiali: il loro nome di famiglia infatti proviene da linea materna, e non paterna, sistema sopravvissuto fino all'epoca Zhou con la formazione delle città stato, e comunque l'importanza della linea materna nella discendenza era già evidente nella nomenclatura delle cronache e delle genealogie di Mu Gong; alcuni linguisti ritengono che sia sempre possibile leggere traccia di questo passato in alcuni cognomi recenti12 ed attuali, come Yao ?, Jiang ?, oppure nei modelli sociali di alcune minoranze etniche, oltre che ai Naxi ed ai Musuo, negli stessi aborigeni Taiwanensi.

Riprendendo quindi il concetto già numerose volte sostenuto della coesistenza di diverse nicchie tribali, dell'interazione, iterazione e fluttuazione dei gruppi umani veicolo di modelli culturali differenti, le testimonianze storiche inerenti il regno di Dong Nu Guo, l'esistenza di un eco nella genesi Musuo del ruolo centrale femminile non possono che essere considerati fenomeni Naxi/Mosuo-genetici strettamente legati e fondamentali. (leggi testo completo).

 
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