Dalla terra delle Madri alle Sorelle del futuro
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Francesca Rosati Freeman.

Convegno: La Sapienza delle Crone, Roma 16-17 maggio
Dalla terra delle Madri alle Sorelle del futuro
Un sapere in cammino

 

Il viaggio e la trasformazione dello sguardo

Quando sono arrivata per la prima volta nel territorio Moso, nel sud-ovest della Cina, ventun’anni fa, non immaginavo che quel viaggio avrebbe segnato una linea netta nella mia vita. Da allora, per me, esiste un prima e un dopo.

Ciò che mi aveva spinta a partire era la curiosità di andare a conoscere una società di pace centrata sulle madri, ero curiosa di capire come una coppia potesse vivere al di fuori dei condizionamenti del matrimonio e della convivenza e come gli uomini potessero accettare una centralità femminile senza viverla come una perdita della propria identità maschile.

Questi interrogativi sulla struttura delle relazioni umane hanno fatto sì che quello che doveva essere un semplice viaggio diventasse una ricerca che continua ancora oggi e che ha dato vita ai miei libri, ai miei documentari e, soprattutto, a una trasformazione profonda del mio modo di guardare il mondo.

Credevo di andare ad osservare e studiare una cultura diversa.
In realtà stavo entrando in un ordine simbolico diverso, in una terra delle Madri che avrebbe messo in discussione molte delle categorie considerate universali con cui ero partita e che mi avrebbe insegnato qualcosa di essenziale: che il sapere non si possiede, “si cammina”, un sapere che si apprende vivendo, camminando insieme alle altre.

Non si trattava solo di una società matriarcale e matrilineare. Si trattava di un modo di abitare il mondo in cui la vita concreta e quotidiana veniva prima del potere, la continuità veniva prima dell’accumulazione e la relazione veniva prima dell’identità individuale.
E soprattutto, ho compreso una cosa molto semplice e molto radicale: che lì il sapere non si insegnava. Si viveva.

In Occidente abbiamo spesso separato il sapere dalla vita. Presso i Moso ho compreso che un sapere che non trasforma il modo di vivere rischia di diventare soltanto accumulazione di informazioni.

La casa materna e il sapere incarnato

Non sono andata dai Moso per trovare verità da esportare, ma per interrogare più profondamente il nostro modo di vivere. E sono tornata con una responsabilità: raccontare senza tradire.

Nel mondo Moso il centro della vita non è la coppia, ma la casa materna: uno spazio abitativo di appartenenza.

Quando la prima volta sono entrata in una casa Moso e ho chiesto a una giovane donna con chi abitasse in quella casa, mi sono sentita rispondere: ci abito con le mie tre madri. Questa risposta mi ha lasciata un po’ disorientata fino a quando ho capito che la maternità presso i Moso non è vissuta in modo individuale, oltre alla madre biologica, anche le zie e la nonna partecipano quotidianamente alla crescita dei bambini. È una maternità condivisa che alleggerisce la solitudine e distribuisce la cura all’interno della casa materna.
Una casa abitata da più generazioni di donne: nonne, madri, figlie, nipoti, ma anche da uomini che non sono proprietari della casa, delle terre o delle donne, bensì figli, fratelli e zii, ognuno con le proprie responsabilità e con il compito di contribuire al benessere e alla prosperità della famiglia.
È lì che si prendono le decisioni. È lì che si custodiscono le risorse.
È anche lì che si trasmette il sapere, non attraverso spiegazioni astratte, ma attraverso la presenza, osservando, facendo insieme, condividendo i gesti quotidiani.

Il sapere non viene insegnato in modo teorico, ma assorbito attraverso i gesti e la ripetizione nel quotidiano. Le bambine e i bambini crescono vedendo fare, più che sentendosi dire e imparano presto che appartenere a una casa significa assumersi una responsabilità verso gli altri, non rivendicare un diritto individuale.

Le nonne non sono figure nostalgiche o marginali. Sono le custodi di questo sapere, veri archivi viventi. Sono memoria e misura, garanti dell’equilibrio. Sono la voce delle antenate.
È soprattutto attraverso la loro presenza e i loro gesti che il sapere continua a trasmettersi.
Questa forma di trasmissione che può sembrare semplice è in realtà profondamente politica, perché crea stabilità senza controllo. Appartenenza senza possesso.

In quella cultura ho compreso qualcosa che poi ha accompagnato tutto il mio lavoro: che il sapere femminile non ha bisogno di legittimazione esterna.
Esiste perché è necessario alla vita.

Questo mi porta al principio materno, che non è una questione biologica, né un’idealizzazione della maternità. È un principio simbolico e politico. Un principio che mette al centro la continuità della vita, non solo nei valori, ma nell’organizzazione concreta della società. Il principio materno è responsabilità verso chi viene dopo, è la cura come atto politico, è la non-violenza come scelta strutturale, perché quando la continuità della vita diventa il centro dell’organizzazione sociale, anche la pace smette di essere soltanto un ideale e diventa una pratica quotidiana. Alcune manifestazioni del principio materno sono l’economia del dono e il consenso nelle decisioni.

Pensatrici qui presenti hanno elaborato questi concetti.
Penso a Geneviève Vaughan e alla sua teoria del dono, che ci aiuta a comprendere come anche nelle nostre società esista ancora un’economia del dono, spesso però nascosta e svalorizzata, soprattutto nel lavoro femminile di cura.
Presso i Moso invece, questa economia è ancora visibile e strutturante: si manifesta nella condivisione, nella responsabilità collettiva e nella centralità della casa materna.

E penso a Heide Goettner Abendroth, che per prima attraverso i suoi studi sui matriarcati viventi ci ha aiutato a comprendere che queste società non appartengono al mito o al passato, ma sono dei sistemi sociali contemporanei, complessi e equilibrati.

Matriarcato evolutivo

Negli ultimi anni il mondo dei Moso è stato attraversato da trasformazioni profonde: il turismo, la scuola, l’economia di mercato, l’omologazione culturale.
Eppure, quello che mi ha colpita è che molte famiglie hanno scelto consapevolmente di investire nell’istruzione dei figli e di adattarsi alla modernità senza peraltro rompere il legame con la casa materna.

Questo è ciò che io chiamo matriarcato evolutivo: non un modello arcaico destinato a scomparire come preconizzato da Bachofen Morgan o Engels, non immobilità, non nostalgia, ma un sistema vivo, capace di adattarsi senza perdere il proprio centro e i propri valori fondanti.
È ciò che sa trasformarsi senza rinnegare le madri.

Quando parlo di matriarcato evolutivo, non intendo qualcosa che riguardi solo i Moso, ma un orientamento che può interpellare anche noi, qui e ora.
Non si tratta di importare un modello da un’altra cultura, si tratta piuttosto di un processo di riflessione e di una pratica di discernimento su altri modi possibili di organizzare la vita e le relazioni. Mentre cerchiamo di liberarci dalle logiche patriarcali e capitalistiche che oggi stanno mostrando il loro volto più distruttivo, possiamo conservare ciò che nelle nostre culture occidentali è ancora vitale e integrare, con intelligenza e misura, ciò che può nutrire la nostra vita individuale e comunitaria attraverso gli apprendimenti provenienti dalle società matriarcali esistenti.

In questo senso, il matriarcato evolutivo non è imitazione, ma trasformazione.
Selezioniamo. Rielaboriamo. Mettiamo in relazione. Questo potrebbe essere il lavoro politico delle donne oggi.
Prima di prendere qualsiasi iniziativa potremmo chiederci per esempio: è nutrimento per la vita?

Il sapere che rinasce

Nel momento in cui ho iniziato a pensare il matriarcato evolutivo come un principio applicabile qui, mi è diventato chiaro che un sapere può rinascere altrove. Il sapere può spostarsi geograficamente, può riemergere in persone che non sono nate in quella cultura ma che ne hanno riconosciuto il principio.

E forse che il sapere circolare non appartiene soltanto a un territorio.
Può viaggiare, trasformarsi, rinascere dove trova terreno fertile.
E quando rinasce, non è copia. È evoluzione.

Dopo aver conosciuto questa società matriarcale, ho compreso che una cultura sopravvive non solo quando resiste, ma quando riesce a trasmettersi e non potevo più pensare il femminismo solo come rivendicazione o lotta di liberazione, ma ho iniziato a pensarlo anche come trasmissione.
Trasmissione di saperi, di pratiche, di orientamenti.
Trasmissione di una nuova visione del mondo che non separa il politico dal quotidiano.

Ed è così che, nel 2021, ho sentito che ciò che avevo appreso non poteva restare soltanto esperienza personale o divulgazione, era arrivato il momento di mettere in pratica gli insegnamenti delle madri.
È nata così Matricomunità: una pratica del principio materno.
Uno spazio virtuale riservato alle donne. Non tanto per escludere gli uomini, ma per permettere alle donne di esercitare pienamente responsabilità e capacità decisionale. Non idealizziamo la maternità biologica. Parliamo di materno come capacità generativa.

Oggi siamo più di 550, distribuite in Italia e in altri paesi.
Non siamo una comunità chiusa. Siamo un laboratorio e cerchiamo di tradurre nella vita quotidiana alcuni principi appresi dalle società matriarcali.
Cerchiamo di praticare il consenso come forma decisionale e anche come linguaggio di guarigione, preservando così l’armonia del gruppo. Cerchiamo inoltre di riconoscere l’esperienza e le competenze dell’altra attraverso una certa circolarità dei ruoli.

Pratichiamo l’economia del dono condividendo tempo, sapere e saper fare, cercando di creare relazioni basate sulla fiducia e sul sostegno reciproco.
Mettiamo al centro della nostra visione il recupero delle nostre radici matriarcali e una forma di sacralità immanente, la sacralità del nostro corpo e della Natura e la necessità di proteggerla.
Cerchiamo di trasmettere il sapere non solo fra noi crone, ma anche alle più giovani mantenendo viva una trasmissione intergenerazionale.

Abbiamo lavorato su salute femminile, spiritualità legata alla terra, culto degli antenati, pratiche di guarigione, superamento della rivalità tra donne, economia del dono, non-violenza, sessualità e altri aspetti legati al femminile.

Abbiamo imparato che criticare il patriarcato come sistema sociale non basta.
Bisogna costruire alternative reali ai sistemi fondati sul dominio.
Sappiamo anche che, per realizzare questa visione, è necessario prima di tutto riconoscere e smantellare i valori patriarcali interiorizzati.

A chi si avvicina, offriamo strumenti di informazione e possibilità di apprendimento autonomo. Alcune iscritte portano con sé decenni di ricerca sui temi del femminile, comprese le conoscenze relative alle società matriarcali.
Sosteniamo gli incontri online e accogliamo nuove proposte in sintonia con la nostra visione.

Non è facile praticare i valori matriarcali in una società patriarcale. Per questo abbiamo iniziato elaborando un manifesto e linee-guida flessibili e organizziamo degli incontri che privilegiano scambi orizzontali e di ispirazione reciproca.
Affrontiamo ostacoli, esploriamo nuove direzioni e cerchiamo di sviluppare una “consapevolezza matriarcale” attraverso la lente del principio materno, nel rispetto dei bisogni e dei desideri di ciascuna.

In seno a matricomunità è spontaneamente sorta una cerchia madre dove non solo organizziamo gli eventi, ma lavoriamo anche a progetti concreti con responsabilità condivisa. Quando le donne non sono isolate, la cura diventa forza collettiva.

Uno dei passaggi più importanti del mio percorso è quello di non limitarmi a raccontare una cultura lontana, ma lasciarmi trasformare al punto da creare, qui, uno spazio che ne traducesse l’essenza.
Non stiamo diventando Moso, ma stiamo riscoprendo una possibilità. E forse è questo il senso più profondo del mio lavoro: mostrare che ciò che ho visto al Lago Madre non appartiene solo a un altrove.
È una memoria antropologica che possiamo riattivare.

Una parte dei nostri incontri è sempre dedicata al confronto fra le partecipanti in una sorta di autocoscienza matriarcale dando così spazio al vissuto di ciascuna. Cerchiamo così di ispirarci reciprocamente, superare ostacoli e trasformare il nostro modo di vivere, riconoscendo il bisogno di non essere, fra noi l’una contro l’altra, ma di aggiungere ai valori del materno anche quello del Noi insieme.
Non è facile.
Anche tra donne culturalmente diverse ma affini negli ideali, emergono conflitti ed emozioni forti. Le abitudini patriarcali riaffiorano.
Abbiamo compreso che per costruire una vera matricomunità non basta più l’ascolto attivo, la circolarità o l’orizzontalità. Servono fiducia, affetto, comprensione e un impegno costante. L’armonia dipende dalla flessibilità, dalla partecipazione attiva e dalla disponibilità ad imparare dagli errori. Serve responsabilità e consapevolezza piuttosto che obbligo e rigidità.
È nella capacità di restare, di ascoltare, di trasformare l’errore in apprendimento, che si vede se il principio materno è vivo.

Le società matriarcali ci ricordano che il sapere vive nella relazione e nella presenza. Il sapere non è qualcosa di astratto o separato dalla vita, ma un’esperienza che passa attraverso i corpi, gli sguardi e l’ascolto. Ed è per questo che continuiamo a cercare la presenza reciproca ogni volta che è possibile, anche quando la geografia ci tiene lontane.

Alle sorelle del futuro

Ho presentato questa esperienza anche al festival internazionale “Matriarchy for future” e lì come pure in questo convegno ho capito che non stiamo solo studiando i matriarcati.
Stiamo cercando di generarne tracce nel presente.
Ed è qui che mi rivolgo alle Sorelle del Futuro.

Le società matriarcali non ci lasciano un modello da copiare. Non ci lasciano risposte pronte. Non ci lasciano una formula. Ci lasciano un orientamento, una pratica. Ascoltare. Osservare. Prenderci tempo. Costruire legami e reti invece di competere.
Ci lasciano la consapevolezza che non tutto deve essere inventato da capo.
Che esistono saperi antichi ancora vivi, capaci di illuminare il presente e ci ricordano che ogni sapere che non genera cura si perde per strada.
E come crona vi lascio una responsabilità: quella di non spezzare il filo della trasmissione.
E forse la domanda da porsi non è se e come possiamo diventare come i Moso.

Ma: quali parti della nostra cultura possono essere riattivate se le guardiamo attraverso il principio materno?
Ripeto: non si tratta di un modello da copiare, ma di un principio da riattivare.
Questo è per me il senso del matriarcato evolutivo applicato all’Occidente.

Conclusione

Dalla terra delle Madri ho imparato che il sapere è un sapere che cammina, che passa di mano in mano, di voce in voce.
Attraversa le generazioni. Attraversa i continenti. Cambia forma, ma non perde il senso.

Questo è il dono che affido alle Sorelle del Futuro.
E, oggi, questo è anche il mio modo di dire grazie alle madri che mi hanno insegnato a guardare.

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