Il piccolo Buddha dei Moso
artPiddiu

di Luciana Piddiu (“Via Dogana” n. 96, marzo 2011)

Una piccola casa editrice, XL edizioni, ha pubblicato un libro straordinariamente interessante che racconta di un popolo alle pendici dell’Himalaya che vive benissimo da secoli senza l’istituzione del matrimonio: Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio alla scoperta dei Moso una società matriarcale senza violenze né gelosie (Roma 2010).
Se ne è parlato con l’autrice alla Libreria di donne di Milano il 27 novembre 2010.
Pubblichiamo l’intervento all’incontro di Luciana Piddiu, che ha partecipato all’ultima visita ai Moso di Francesca Rosati Freeman.
Il nostro viaggio verso la terra dei Moso, il paese a sud delle nuvole, comincia con la visita al Jade Falls Village. È un luogo sacro, centro dei primi insediamenti Naxi, che hanno un’origine comune con i Moso. All’entrata due grandi statue: una rappresenta la divinità maschile, il dio padre protettore di ogni cosa, l’altra la divinità femminile, la dea madre, protettrice di ogni persona.

Benché i Naxi abbiano da tempo adottato, per via delle traversie storiche vissute, il modello patriarcale di organizzazione sociale, mi sembra di buon auspicio che sia rimasta questa rappresentazione del maschile e del femminile. Non c’è un principio che domina sull’altro, ma una divisione dei compiti che mi fa pensare. Il cielo è terso, all’orizzonte si stagliano netti i contorni delle montagne innevate. In un’ala del tempio ascoltiamo un concerto di musica tradizionale Naxi. Ha un ritmo assai diverso dalla nostra, l’andamento di una nenia, direi. Ma quello che mi colpisce sono le facce dei suonatori piene di grinze e i loro costumi che assomigliano come gocce d’acqua a quelli dei Mamutones sardi. Più volte durante questo viaggio avrò l’impressione di essere tornata a casa, alla mia infanzia.

Le case costruite con mattoni di fango impastato con paglia mi ricordano quelle di Pula. La postura di donne e uomini accovacciati, vicini ancora alla terra, mi rimanda dritta ad alcune foto scattate alla fine della mietitura che sono conservate nell’album di famiglia, così come la vasca piena d’acqua nel cortile di molte case che abbiamo visitato e che ci hanno accolte, attorno a cui si svolgono i lavori domestici. Ce n’era una nella casa del mio nonno materno e chiedo alle mie compagne di viaggio che mi facciano una fotografia. La foto mi ritrae in una condizione di grazia. Esprime pienezza. Non mi capiterà mai, durante il viaggio, di chiedermi, come Chatwin, «Che ci faccio qui?» Lo so perché sono qui, l’ho scelto questo viaggio e Francesca l’ha reso possibile, e di questo le sono infinitamente grata.

Volevo vedere con i miei occhi, anche se so bene che sono quelli del cuore e della mente quelli con cui si vede meglio, se davvero c’è un luogo dove le donne non subiscono un giorno sì e l’altro pure violenza da parte di quelli che giurano loro di amarle, di proteggerle. E che vogliono loro un bene, un bene da morire! In tutte le interviste la domanda era d’obbligo. Ebbene, la risposta era sempre la stessa. Nelle famiglie matriarcali Moso il fenomeno è inesistente. In quelle Moso di tipo patriarcale si comincia qua e là ad avvertire questa brutta novità. Uomini che insultano o hanno gesti di violenza verso le loro compagne ma… che differenza rispetto a noi! Le donne non vivono come colpa o vergogna quello che accade, non lo nascondono, immediatamente mettono al corrente la comunità familiare del comportamento inaccettabile del loro partner e il gruppo mette a tema, con l’aiuto di una persona che gode della stima di tutti, la questione. Si cerca di capire il perché di un modo di fare così alieno dai principi di rispetto che caratterizzano tutte le relazioni, ma se l’errore si ripete anche solo una volta l’uomo viene allontanato. Lo sdegno cade su di lui da parte di tutta la comunità.

L’autrice di Benvenuti nel paese delle donne sostiene che l’assenza non solo di violenza ma di qualunque implicazione strumentale nella relazione tra i sessi è frutto di questa modalità di organizzazione sociale che tiene rigorosamente distinti il piano della famiglia, che richiede una stabilità di affetti e di cure, da quello della relazione tra un uomo e una donna che si declina in una ricca gamma di sfumature (walking marriage, visiting marriage, visite furtive, in lingua Moso nana sese, ecc.): può essere la forte attrazione fisica che dura lo spazio di qualche notte, l’innamoramento che dura senz’altro di più, la costruzione di una relazione d’amore che può durare anche tutta la vita come nel caso della mamma di Akae e del suo compagno.
Trovo straordinario, sublime quasi, il fatto che non ci sia mai tra chi si ama alcuna implicazione di carattere economico. L’interesse e lo scambio materiale e simbolico che regola qui da noi tanta parte delle relazioni tra i sessi, che spinge “naturalmente” a trattare il\la partner come mezzo e non come fine, con buona pace del filosofo e a dispetto dei fiumi d’inchiostro sull’amore romantico, sembra davvero totalmente assente proprio in virtù dell’assenza dell’istituto matrimoniale e della presenza di una organizzazione familiare matriarcale che separa la famiglia dalla relazione sessuale tra esseri umani.

Ma un altro aspetto mi incanta e mi fa vedere per contrasto i limiti della nostra organizzazione sociale e della nostra cultura, è quello dell’esercizio della maternità. La modalità che mi viene in mente come paragonabile a questa, ma molto alla lontana, è quella che ti fa crescere una figlia o un figlio non tuo. Fill’e anima (figlia dell’anima) si chiama in Sardegna la figlia che ti cresci con amore anche se non l’hai generata. Mai come durante questo viaggio ho avuto così chiaro che la maternità e tutto ciò che è ad essa correlato è frutto di una costruzione sociale, dove si intrecciano strettamente il materiale e il simbolico, in un impasto di cui non puoi separare e discernere le componenti. Quando andiamo a trovare il consuocero Moso del padre della nostra guida cinese, trascorro uno dei più bei momenti di questo percorso di conoscenza e di scoperta.
Appesi al corpo della nonna, uno davanti di otto mesi e uno dietro di cinque, sorridono due bambini. La nonna con sicura padronanza imbocca alternativamente ora l’uno ora l’altro. Sorride anche lei ed è sovrana. Quello più piccolo, da me ribattezzato Buddhino per le sue forme rotonde, ha un vero trasporto per me, ride compiaciuto quando intono una filastrocca in sardo. La nonna me lo dà in un gesto di grande generosità. Sono felice di ninnarlo in una lingua che amo e grata. Forse viaggio, mi dico, in uno di quegli universi paralleli di cui fantasticano i teorici dei multiversi! I numerosi bambini che animano la grande casa insieme ad uno stuolo di animali passano di mano in mano. Sono accuditi e vezzeggiati da tutti. Anche dal nonno Moso. Tutte le donne, giovani e meno giovani, se ne occupano. In questa cultura tutte esercitano la funzione materna. Che siano o no madri biologiche. Questo, mi dico, è anche un buon vaccino contro la tentazione del narcisismo così diffusa tra i genitori. Non c’è spazio qui per quel desiderio di specchiarsi nei propri figli e aspettarsi da loro la realizzazione del nostro io ideale. Forse è questa la chiave che ci spiega l’armonia che si respira, la palese serenità dei bambini.
La paternità biologica qui dai Moso è assolutamente slegata dagli obblighi materiali di mantenimento. Il padre conosce i suoi figli, gioca con loro, può far loro dei regali, ma non ha la responsabilità educativa. Questa appartiene alle madri presso cui i figli vivono. Sono le madri che trasmettono le storie della famiglia e della comunità, sono le madri che danno le regole. Sono gli zii materni, infine, coloro che puniscono quando le regole vengono infrante. Esercitano l’autorità paterna e insieme alle donne della famiglia hanno gli obblighi materiali del sostentamento.
Questa disposizione e distribuzione dei ruoli è un bell’antidoto contro l’ossessione tutta maschile di voler un figlio sangue del proprio sangue, un figlio che sia la prova agli occhi del mondo della propria capacità virile.
Insomma, questa piccola comunità matriarcale di trentamila anime mi ha insegnato tanto. Non è solo la natura strepitosa che declina, in un tripudio di kosmos ai lati della strada, tutti i toni del verde; non è solo la luce calda che illumina ogni angolo e fa risaltare la terra rossa che frana per ogni dove, mettendo a rischio la nostra incolumità; è questa civiltà antica, paziente costruzione e sapiente intreccio di uomini e donne, che mi ha aiutato a fare luce dentro di me. È questa signoria delle donne su se stesse che mi innamora.

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