di FRANCESCO VICARI (28 Febbraio 2013)

Se si avesse la voglia di apprezzare la bellezza del silenzio e l’immensità di una pausa si potrebbe catturare un attimo da aggiungere allo scorrere della vita. Sarebbe un attimo rubato alla nevrosi e al contagio della frenesia metropolitana. Ci si renderebbe conto che dove si nasce, ciò che si è, ciò che si fa, non è l’ombelico del mondo. Ma altri mondi esistono nel nostro mondo e nel nostro tempo, percepito e reale. Negli stessi istanti, anche se in cuori e battiti diversi.
Il libro di Francesca Rosati Freeman dà il benvenuto in un altro paese. Un mondo piccolo e grande. Il libro guida dentro in punta di piedi. Le pagine si popolano di donne, visi, ambienti di vita, compiti, doveri, responsabilità, usi e costumi. Le parole diventano un viaggio oltre il viaggio. Verso e dentro le donne. Un mondo di donne.
Si è accompagnati delicatamente verso un mondo al femminile. Un mondo che si potrebbe definire femminista, ma senza il femminismo. Per immaginare di entrarvi bisogna fare uno squarcio nella pelle che avvolge la propria cultura per vedere un piccolo mondo appeso ad un filo di orizzonte steso tra occidente e oriente. Lo scorrere delle parole guida, pone interrogativi, sollecita e stimola la curiosità.

Le parole sono delicate. Uno zoom puntato sulle immagini di paesaggi, di visi, di rughe del tempo. Si viaggia insieme alle parole e appesi alle pagine. E gradualmente, il libro diventa una telecamera che filma un mondo prima sconosciuto, pagina dopo pagina, come fotogramma dopo fotogramma.
Il libro si trasforma in uno specchio introspettivo. Uno strumento per guardarsi dentro. Un’auto-intervista. Con lo sguardo verso un altro mondo dove amore, interesse, sesso, procreazione, solidarietà, collettività, convivono senza istituzioni sociali (es. matrimoni) come conosciute in occidente. Un altro tipo di famiglia, coppia, unione, vecchiaia, solidarietà, società. Nessun mito, nessuna utopia, ma un’altra angolazione, di un piccolo mondo visto da ovest.
Talvolta, si avverte una strana sensazione di vivere due mondi contemporaneamente, di fare due viaggi paralleli: uno con il proprio “essere” a ponente e uno con l’immaginare di “essere” a levante.
La vita, il tempo, la cultura occidentali hanno modellato un genere maschile, hanno dato una scorza. Immaginare di trovarvisi dentro, di esserne lo scorrere maschile della vita dà un senso di smarrimento.
I Moso si trasformano in un paradigma. Da due diverse angolazioni le auto-riflessioni sulla possessività, la proprietà, la solidarietà, la gelosia, le relazioni di coppia, l’istituzionalizzazione delle unioni, l’amore filiale, la vita sessuale, la famiglia, la vecchiaia, il rispetto, il senso dell’abbandono, la separazione, il fallimento, il senso della collettività. Un viaggio dentro una rassegna di fattori generatori di conflitti e violenze. Impensabile, in occidente, cercare di immaginare, ad esempio, una linea di separazione tra gli interessi economici, i sentimenti, le unioni, come avviene invece naturalmente tra i Moso.
Quasi automatici i parallelismi occidente/oriente sulle esigenze di protezione sociale, quali ad esempio i periodi di massima vulnerabilità della vita – infanzia e vecchiaia. In mosolandia lo scudo della famiglia allargata è un guscio protettivo, uno scudo che fa si che gli asili nido, gli orfanotrofi, gli ospizi, le case famiglia non trovino cittadinanza nemmeno nel vocabolario. E ancora la mosolandia non potrebbe essere la massima aspirazione, la patria agognata o la terra promessa degli avvocati matrimonialisti, dei giornalisti dello scandalo e del pettegolezzo. Infatti sul versante della vita di coppia, le unioni itineranti e le visite notturne segrete (nana sese) nella cultura occidentale sarebbero state oggetto di morbosità, voyeurismo, gossip, pettegolezzo, scandalo. Quel modo di amarsi (es. unioni itineranti, nana sese), quel modo di incontrarsi – rispettoso, discreto e furtivo – sarebbe potuto diventare una raccolta di piccanti storielle boccaccesche. In questo campo Boccaccio ha avuto la grande fortuna di non nascere tra i Moso. Da narratore di successo di storielle piccanti e di vizi italiani dell’epoca, in mosolandia “paese delle donne”, Boccaccio avrebbe avuto un più umano e umile destino. Ciò ci avrebbe privato, ahinoi, del suo Decamerone e dei suoi tanti straordinari personaggi e dei loro vizi del tempo ancora oggi molto attuali. Sul versante dell’organizzazione socio-economica di questo paese di donne restano scolpiti i primi cambiamenti, sicuramente naturali e ineluttabili (forse come la storia del mondo) derivanti dalle prime esperienze di una diversa distribuzione del reddito. Il “dollaro”, in parte, sembra diventato e può diventare uno spartiacque della storia e della cultura anche di questo popolo. Tra qualche anno sarà più che mai necessario confrontare l’attuale società Moso dopo l’avvento di una nuova religione. Il culto del dio denaro. I Moso a.d.d. (ante dio denaro) e i Moso d.d.d. (dopo il dio denaro).

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