Di Giovanna Fiume (La Sicilia” del 21 Giugno 2010, Cultura e Società)

In un posto lontano da qui, tra Cina e Tibet, sui contrafforti dell’Himalaja, a 2700 metri di altitudine, in una ventina di paesi attorno a uno splendido lago, vive una minoranza tra le molte della Repubblica popolare cinese.

I Moso sono agricoltori e allevatori e organizzano la propria società secondo il principio della matrilinearità (la discendenza materna) e la matrifocalità (i figli vivono con la madre) senza ricorrere al matrimonio.Si tratta di famiglie estese, dove convivono tre-quattro generazioni, i cui componenti sono tutti consanguinei discendenti dal ramo materno. I figli sono della madre e con lei convivono per tutta la vita, la famiglia si presenta come una istituzione solidissima, capace di proteggere tutti i suoi componenti. Non esistono gli orfani e men che meno i bastardi, gli illegittimi; anche se i bambini perdono la madre saranno le zie e gli zii a crescerli e accudirli; i vecchi non vengono mai abbandonati, la loro esperienza è rispettata e sono considerati dei Budda viventi. La religione è un misto di buddismo tibetano e di credenze animiste, legate alla sacralità dei fiumi, degli alberi, delle montagne.

Quando le giovani raggiungono l’adolescenza una cerimonia segna il loro passaggio alla vita adulta nel corso della quale viene loro consegnata la chiave della stanza (“la camera dei fiori”) allestita per loro dove potranno ricevere gli innamorati, i ragazzi dormono nella stanza della nonna, finché non raggiungono la maturità sessuale, dopo di che passeranno le notti dalle innamorate. In questo modo si rinuncia al matrimonio, ma non all’amore e alla procreazione; l’unione è “itinerante”, la coppia non firma nessun contratto, non promette fedeltà eterna, il legame non è economico né giuridico, ciò nonostante la relazione è stabile perché basata sull’amore e sul desiderio sessuale reciproco. Queste unioni durano abbastanza a lungo, ma ce ne possono essere altre più brevi (“la visita notturna”) che possono accompagnarsi talvolta alle prime o, se prolungate, metterle in crisi. L’infedeltà è tollerata meglio della gelosia che provoca derisione verso chi dimostra di soffrirne: gli innamorati non si appartengono, il concetto di possesso dell’altro è incompreso. Quando la relazione finisce, non c’è sentenza di divorzio né di separazione dei beni e i figli restano alla madre. Insomma i Moso hanno la saggezza di separare la vita amorosa dagli affari di famiglia che invece deve durare nel tempo, la sua solidità può essere garantita solo dal legame di consanguineità, chi non fa parte della famiglia è considerato un estraneo, anche se è il padre biologico di alcuni di quei bambini. Egli non ha alcun obbligo verso i figli e anche quando ha con loro una relazione affettiva, ciò non implica nessuna responsabilità educativa o economica. La figura maschile di riferimento resta quella dello zio materno.

Uomini e donne sembrano cooperare efficacemente, le decisioni in famiglia vengono prese all’unanimità (e può volerci molto tempo per mettere tutti d’accordo); che le donne trasmettano e amministrano beni e proprietà non sembra provocare frustrazione negli uomini che si riservano le funzioni di capo villaggio. Essi si occupano dei figli delle sorelle e non smettono di avere responsabilità verso la famiglia materna con cui continuano a coabitare in virtù della convivenza dei consanguinei. Non usano mai violenza verso le donne e non entrano mai in conflitto con le loro famiglie.

Sin dalla Rivoluzione culturale il governo maoista, volendo modernizzare il paese e renderlo più uniforme, ha considerato l’unione itinerante o la visita furtiva una pratica primitiva, arretrata, libertinaggio bello e buono, da reprimere e così, già nel 1950, promise la terra agli uomini che si fossero sposati e fossero andati via dalla casa materna: nel 1966 e nel ’71 impose il matrimonio a tutte le coppie che avevano una relazione notoria, pena la sospensione delle razioni alimentari; nel ’74 impose di dichiarare il nome del padre di ogni bambino, anche se la relazione tra i genitori non esisteva più: solo nel 1984 stabilì che non bisognava obbligare le minoranze etniche a riformare i loro costumi. Molti uomini e donne moso ritornarono alle famiglie materne. Quello che al maoismo non riuscì viene oggi minacciato dalla globalizzazione che fa del “paese delle donne” una destinazione ideale del turismo sessuale!

La famiglia europea è stata per secoli un’alleanza di interessi tra padri; la nascita della famiglia coniugale intima, basata sugli affetti e sui sentimenti, risale al XVIII secolo, quando si abbassa il divario di età tra coniugi, comincia a prevalere il Lei sul Voi. poi lentamente il Tu, essi cominciano a cooperare nelle scelte contraccettive e le nascite lentamente declinano; questa famiglia si incentra sulla legittimità della prole, non basata però sulla discendenza materna, sempre certa, ma su quella paterna, ponendo problemi di controllo sulla sessualità delle donne; la fedeltà della moglie e la verginità delle figlie da marito.

Il diritto teorizzerà la infirmitas sexus e la legittimità della protezione e del controllo. Questa famiglia apre un altro fronte di conflitti sulla trasmissione della proprietà che avviene secondo la discendenza agnatizia (discendenti maschi dello stesso antenato), dando alle donne una proprietà dotale che segna la loro esclusione dall’asse ereditario maschile.

Bastano questi pochi cenni per mostrare come può essere storicamente diverso il modo in cui un certo contesto organizza la riproduzione biologica e quella sociale, come il rapporto tra generi sia nel cuore di ogni sistema e come esso sia legato al luogo, e un tempo alle azioni di soggetti e dunque sia terribilmente umano, storico, transeunte. Di certo non universale, non eterno, non naturale.

(Francesca Rosati Freeman: “Benvenuti nel paese delle donne”, XLedizioni, 2010)

 

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